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Rubrica Ad Alta Voce! – Rete dei Numeri Pari

Rubrica Ad Alta Voce!

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Viaggio nell’Italia che spara – La crescita della violenza è direttamente connessa all’assenza di politiche sociali nei territori

16 aprile 2019

Napoli, Foggia, Milano, Roma. Da Nord a Sud, l’Italia continua a raccontare episodi di differenti modalità ma accomunati dalla violenza degli attacchi, compiuti tutti in pieno giorno, spesso in zone centrali, senza alcun timore delle forze dell’ordine. 

A Foggia, un affiliato ad un’associazione criminale spara ai carabinieri e ne uccide uno per vendicarsi di una perquisizione. A Milano, in zona centrale, viene ferito un uomo forse per un regolamento di conti nell’ambiente dello spaccio di stupefacenti. A Napoli, un agguato alla luce del sole davanti a una scuola ha provocato l’uccisione del nonno dell’alunno e il ferimento del padre. A Roma, spari in pieno giorno hanno provocato due gambizzati davanti al bar Petit, a Cinecittà. Altre, ennesime, dimostrazioni di come le scelte politiche fatte in questi anni abbiano contribuito a far aumentare non solo disuguaglianze e precarietà, ma soprattutto l’insicurezza sociale. Spostare il focus su un facile nemico, urlare alla sicurezza come base della vita di comunità declinandola solo con armi e controlli, chiudere porti e contribuire a far accrescere un problema culturale di radicamento del razzismo e della xenofobia, è un vecchio espediente con il quale le elites cercano di nascondere le proprie responsabilità spostando altrove l’attenzione. A questa operazione di elusione non si sottrae nemmeno questo governo, che anzi è il più feroce nel capovolgere l’ordine delle priorità e delle responsabilità. 

Quanto sta avvenendo da più di dieci anni non ci deve impedire di analizzare e comprendere quali siano le cause della crisi e dell’aumento senza precedenti delle disuguaglianze in Italia. Nonostante il peggioramento delle condizioni materiali di ceti medi e ceti popolari denunciata annualmente da istituti di ricerca e di statistica nazionali ed internazionali, le proposte avanzate da centinaia di associazioni, movimenti e realtà sociali per contrastare le disuguaglianze non sono state mai prese in considerazione in questi anni. Proposte che avevano ed hanno il merito di contrastare allo stesso tempo non solo la povertà ma la criminalità organizzata che continua a trarre enorme guadagno e forza dall’aumento della povertà e delle disuguaglianze. La crescita della cosiddetta zona “grigia” rappresenta uno dei problemi più grandi con cui fare i conti e costituisce la prova e la misura di una serie di interessi convergenti che si sono saldati in questo periodo di crisi.

 Le misure messe in campo da tutte le principali forze politiche in questi anni non solo non hanno contrastato la crisi, ma l’hanno  allargata a livelli mai visti nel nostro paese. Vale la pena ricordarcele: taglio dei fondi per miliardi di euro alle politiche sociali; assenza di una riforma del welfare; assenza di misure di sostegno al reddito come previste dai Social Pillar Europei; assenza di servizi sociali di qualità come ci chiedono le risoluzioni europee; politiche di austerità promosse dalla Troika in Europa ed accettate da tutte le forze politiche presenti in questo Parlamento; assenza di politiche attive per il lavoro e riforme che hanno reso ancora più povero e precario il lavoro; Patto di Stabilità introdotto in Costituzione con la modifica dell’art.81 che ha capovolto la priorità indicata dal legislatore e tagliato miliardi di trasferimenti ai Comuni, costretti a tagliare i servizi essenziali; politiche fiscali regressive che hanno cancellato i ceti medi, impoverito ulteriormente i più poveri e regalato vantaggi ai ricchi, oggi triplicati nel nostro paese; assenza di investimenti in ricerca e istruzione che hanno fatto diventare il nostro paese quello con la generazione di giovani più impoverita dal dopoguerra ad oggi e con una tra le più alte percentuale di dispersione scolastica in Europa.

Quello che più preoccupa è che alla politica oggi al governo ed all’opposizione mancano completamente proposte chiare ed efficaci per uscire dalla crisi. Una politica arida e fragile, anche perchè sempre più incapace di una visione e di un punto di vista generale. E’ per questo che in assenza di proposte, visioni, obiettivi e iniziative politiche coerenti, non possa che scatenarsi una guerra tra poveri che favorisce criminalità organizzata e nazionalismi. Ed è quello a cui stiamo assistendo.

Non è un caso che la crescita dell’insicurezza coincida con una crescita degli episodi di violenza. Lasciare soli i territori, le città, tacerne i problemi reali, ha creato un sistema di protezione sociale, unico vero strumento utile al contrasto di violenza e malaffare, non funzionante e secondario. Come denunciato nel maggio 2016 in Parlamento da Giorgio Alleva, il presidente dell’ISTAT, il sistema di protezione sociale in Italia è tra i meno efficaci a livello europeo. Perché se è vero che la crisi ha una matrice internazionale e scaturisce dall’impossibilità del modello di sviluppo capitalista di garantire sostenibilità sociale e ambientale, è vero anche che l’Italia è riuscita a fare quasi peggio di tutti, schierando risposte che non hanno attutito l’impatto della crisi ma l’hanno amplificata. Chi ha governato in questi ultimi undici anni è quindi responsabile di un sistema di protezione sociale non all’altezza dell’avanzare di disuguaglianze e povertà, che ha favorito mafia e malaffare, contribuendo all’aumento della violenza perchè percepita come unico sistema di difesa personale. Lì dove mancano politica e diritti, si insediano rimedi che nulla hanno a che fare con la sicurezza, la legalità e, tanto meno, la giustizia sociale. 

Di Giuseppe De Marzo e Martina Di Pirro

16 Aprile 2019 / by / in
Il nemico è chi affama – A Torre Maura il fascismo si combatte mettendosi insieme e illuminando i territori abbandonati

9 aprile 2019

A Torre Maura, tra decine di migliaia di famiglie senza casa, spazi verdi a rischio chiusura, edifici abbandonati in attesa di conversione e desertificazione commerciale, Casapound ha portato in scena un teatrino che ha nuovamente tentato di spostare il focus reale. Non più responsabilità di chi affama, ma di chi ha fame. Così, i ROM sembrano il capro espiatorio perfetto per fare incetta di voti provando a far leva sulla rabbia del quartiere. A dirlo, senza mezzi termini, è un ragazzo appena quindicenne che, ad alta voce, ricorda il senso di tutta una politica: nessuno andrebbe lasciato indietro. A ribadirlo, sono le associazioni, i cittadini e le cittadine, le reti e i sindacati, che sabato scorso sono scesi in piazza per bloccare quella che era, a tutti gli effetti, un’aggressione razzista e fascista. In una guerra tra aggressori razzisti e aggrediti stranieri, ma anche a una più generale battaglia contro i più deboli, qualunque sia il colore della pelle, ci si dimentica di avere riguardo alle condizioni delle persone, ai diritti e alle responsabilità della politica che continua ad aumentare le disuguaglianze tagliando i fondi per le politiche sociali e per i servizi mentre a livello nazionale vengono mantenute politiche di austerità.

In una situazione tale, il linguaggio è la parte essenziale. Per chi è abituato a non trovare soluzione, a evitare di affrontare i disagi reali di chi vive le periferie, la mancanza di politiche abitative e di investimenti sul lavoro, la precaria, se non inesistente, manutenzione dei territori e delle infrastrutture, appare immediato prendersela con chi è messo ancora peggio. Il nemico è il rom, il migrante, il povero. Non la povertà, che invece per dare concime al terreno delle mafie e della corruzione è un utile alleato. Solo il povero in quanto tale, il povero in quanto persona. Si scarica sul più debole una responsabilità che è piuttosto di chi governa, dell’assenza di una volontà politica che provano a spacciare per mancanza di risorse. Le risorse, economiche e politiche, ci sono, esistono.

L’amministrazione comunale della Capitale d’Italia ha tagliato nel bilancio 52milioni di fondi alle politiche sociali. A dimostrazione che la volontà della classe dirigente sceglie deliberatamente di girarsi dall’altra parte, scatenando episodi di violenza razzista sempre più diffusi sul territorio nazionale e la guerra del povero contro il più povero. Una strategia voluta, pensata, ormai alla luce del sole. Non è un caso la situazione in cui il Paese intero si trova. È compito della geografia della speranza, dei vinti che stanno subendo le conseguenze, mettersi insieme ed invertire la rotta illuminando i territori abbandonati.

Martina Di Pirro

9 Aprile 2019 / by / in
Una marea in difesa dei diritti – Razzismo e patriarcato come forme dello stesso sfruttamento

2 aprile 2019

Ddl Pillon, riforma dello stato di famiglia, revisione della Legge 194, reintroduzione delle case chiuse, cancellazione delle unioni civili. Solo alcune delle proposte di legge portate avanti durante il Congresso delle Famiglie di Verona. E poi ancora feti di plastica, parate politiche per tentare di eliminare non solo quanto le donne hanno faticosamente conquistato, ma anche tutti quei diritti, politici, sociali ed economici, la cui attuazione va contro ogni forma di dominio e di oppressione.

Centomila persone in piazza a Verona, il 30 marzo, hanno invece dimostrato il rilievo che le pratiche femministe hanno assunto a livello mondiale, proponendosi come una delle forze maggiori di contrasto al razzismo, al sovranismo e alla devastazione culturale ed ambientale.

Una manifestazione trasversale, in grado di collegare la lotta per la libertà di abortire ai diritti dei migranti e in grado di riaffermare lo stretto legame tra razzismo e patriarcato come forme dello stesso sfruttamento.

Gli impoveriti dalle politiche del governo camminano a braccetto, trasformano rabbia in condivisione, impegno e partecipazione. Contro un congresso medievale, si oppongono i concetti di giustizia ecologica e sociale, parità di diritti, reddito minimo garantito.

A fronte di un’inazione delle forze al governo, sempre sull’orlo dell’emergenza, senza spazi per il futuro, il 30 marzo a Verona si è declinato un modello di società e di economia esterna alla visione dominante della governance. Nel silenzio assordante dei media nazionali, si è invece contribuito a dare forza ad una relazione sempre più stretta e necessaria tra giustizia sociale, ambientale ed ecologica con il diritto della vita alla scelta di vita posto al centro del dibattito. Un nuovo paradigma di civilizzazione, che inverte la rotta rispetto all’accettazione delle politiche liberiste in campo, si oppone ad una povertà culturale e relazionale, per certi versi peggiore di quella economica, e ricorda le responsabilità e le priorità così come stabilite dalla nostra Costituzione: prima la garanzia di quelli che Stefano Rodotà chiamava “super diritti” (civili e sociali) e il perseguimento de “l’intangibilità della dignità umana” in tutte le sue forme.

Martina Di Pirro

2 Aprile 2019 / by / in
Noi siamo la terra – Il legame imprescindibile tra cambiamento climatico e diseguaglianze

26 marzo 2019

Il cambiamento climatico prima di tutto. Due marce per il clima e le grandi opere inutili che hanno polarizzato l’attenzione non solo a Roma ma in tutto il Paese, con studenti e studentesse, comitati e movimenti in prima fila. Migliaia di persone in piazza per tenere alta l’attenzione sui temi ambientali, e ricordare come il cambiamento climatico stia assumendo sempre più il ruolo di variabile determinante nell’amplificare i fattori di crisi e contribuisca a incrementare il livello di instabilità interna dei Paesi. Cambiamento climatico e aumento delle diseguaglianze sono, secondo il World Economic Forum, le maggiori tendenze che daranno forma agli sviluppi globali nel prossimo decennio, di fronte alle quali è urgente un’azione collaborativa per scongiurare future difficoltà e volatilità.

Dal 1992, agenzie ONU hanno dimostrato come vi sia una evidente relazione tra l’aumento delle diseguaglianze e la distruzione ambientale, conseguenza di un modello di sviluppo che eccede i limiti della Terra e le capacità di autorigenerazione dei cicli naturali. Un legame che dipende dalla ricchezza che la governance economica continua a distruggere, più che a creare.

Concentrarsi su una concezione antropocentrica del mondo, errore di cui ora si vedono le conseguenze, considerare tutte le forma di vita non umane come assoggettabili e ad uso e consumo dell’uomo, ignorare le relazioni di forte interdipendenza che legano gli esseri umani alle altre specie e all’ambiente è stata la ricetta per incrementare le modalità distruttive del sistema capitalistico.

Se giustizia ambientale significa equa distribuzione delle risorse e dei vantaggi, l’obiettivo di ogni comunità dovrebbe essere quello di garantirla. Per le forze produttive la strada è quindi una sola: riconvertirsi ecologicamente per assicurare giustizia distributiva. Solo così può esserci una risposta alla domanda di lavoro, alla difesa dei beni comuni, alla salute pubblica e alla crisi allarmante di democrazia.

Equità sociale e giustizia distributiva nell’accesso alle risorse naturali consentirebbero di raggiungere un modello di società sostenibile. E’ immediato così comprendere come diritti della natura e diritti umani siano strettamente collegati e il loro rispetto garantisca  l’integrità sia dei processi naturali, sia dei processi di partecipazione democratica. La crisi globale nel campo dei diritti umani è conseguenza diretta dell’incapacità del modello economico di garantire l’accesso alla risorse. La risposta può trovarsi solo in forme di democrazia partecipativa e comunitaria, partendo da specificità locali che intrecciano questioni apparentemente separate per arrivare ad una visione d’insieme capace di agire anche sul piano globale.

Mettere insieme una “geografia della speranza”, un pensiero lungo e rivoluzionario con al centro i temi della giustizia ambientale e i movimenti che la perseguono appare l’unico modo per uscire da una crisi che continua a schiacciare con forza i territori feriti, i diritti umani, l’equità e i diritti della Natura.

Martina Di Pirro

27 Marzo 2019 / by / in
La primavera delle coscienze – 21 marzo, XXIV Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

19 marzo 2019

Primo giorno di primavera, il 21 marzo sarà la XXIV Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un momento di raduno collettivo nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione che passa, prima di tutto, dalla memoria delle oltre 900 vittime innocenti delle mafie affinché ognuno possa essere portavoce di una richiesta di verità e giustizia. Una memoria condivisa, viva, partecipe, che nomina ad alta voce, una ad una, tutte le vittime in pari dignità, a prescindere dai ruoli, dalla notorietà, dalle circostanze. Non solo un simbolo, ma una tappa del quotidiano impegno di ognuno per la giustizia, per la verità, per il bene comune.

Ufficialmente istituita per legge il 1 marzo del 2017 con voto unanime della Camera dei Deputati come giornata nazionale ma celebrata già dal 1996 su iniziativa di Libera e Avviso Pubblico, quest’anno la piazza principale sarà a Padova che accoglierà la manifestazione nazionale intitolata “Passaggio a Nord Est, orizzonti di giustizia sociale”, e simultaneamente si svolgerà in migliaia di luoghi d’Italia, d’Europa e dell’America Latina. Una scelta per stare vicino a chi non si rassegna alla violenza mafiosa, alla corruzione e agli abusi di potere e per valorizzare l’opera di tante realtà, laiche e cattoliche, istituzionali e associative, impegnate per il bene comune, per la dignità e la libertà delle persone.

Formia ospiterà invece la giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera nel Lazio. La provincia di Latina, si legge nel comunicato, segue quella di Roma per sequestri e arresti antidroga e per numero di beni confiscati, una terra segnata dalla storica presenza delle camorre, dalle pressioni delle ‘ndrine calabresi o dei gruppi legati ai Casamonica, fino all’aumento di intimidazioni agli amministratori pubblici.

La Rete dei Numeri Pari, ha accolto la proposta maturata dal Coordinamento docenti contro mafie, povertà e razzismo di organizzare la manifestazione nel quartiere della Romanina. Nella periferia sud-est della capitale d’Italia, la Romanina è un territorio sotto scacco del clan dei Casamonica, ma anche luogo di esperienze positive di una comunità solidale e corresponsabile, crocevia di bisogni, desideri e speranze di chi abita i luoghi e gli spazi. Una giornata di investimento culturale ed educativo, che, dalle ore 9 alle ore 13, nel Giardino della Giustizia in viale Luigi Schiavonetti, si tramuterà in spettacoli teatrali, concerti, incontri con le associazioni e studenti.

Con 94 clan a terra, più di 100 piazze dello spaccio e lo scoppio di ‘Mafia Capitale’, parlare di mafia a Roma è ancora complicato. “ Accettare il faccia a faccia sui territori rappresenta una precondizione necessaria se si intende veramente invertire la rotta in questa città”, afferma la Rete dei Numeri Pari “È necessario dirci, con meno ipocrisia rispetto a chi ci governa, che la forza delle mafie sta fuori dalle mafie, nelle culture e nei comportamenti complici e funzionali, nella zona grigia, nelle convergenze e nelle alleanze, nel familismo amorale, nel relativismo e nell’insofferenza per la democrazia, nella deresponsabilizzazione degli individui, nella povertà e nelle disuguaglianze. Più aumentano le disuguaglianze e le povertà in Italia e a Roma e più saranno forti le mafie e la corruzione, più i governi saranno incapaci di garantire servizi nelle periferie e maggiore sarà la guerra tra poveri e il razzismo, che altro non è che l’espressione dell’esclusione sociale istituzionalizzata. La precondizione per sconfiggere le mafie sta nella giustizia sociale e per questo c’è bisogno di un pensiero lungo in questa città e non di slogan.” Un esercizio di memoria non isolato ma accompagnato da azioni quotidiane concrete che la Rete dei Numeri Pari porta avanti nel territorio da più di un anno, collaborando con insegnanti, studenti, associazioni e comitati, organizzando laboratori, iniziative e creando legami. Una cucitura solidale tra reti e persone di cui la giornata del 21 marzo è espressione e che combatte mafia, corruzione e povertà illuminando con forza i luoghi dove sono state per troppo tempo protagoniste.

Un momento per ricordare, ad alta voce, come la primavera delle coscienze richieda di non essere cittadini ad intermittenza ma di assumersi l’impegno a non delegare, ad agire, ad allontanare indifferenza e rassegnazione, a non lasciare soli quei territori che costantemente si rapportano con fenomeni di violenza mafiosa.

Martina Di Pirro

18 Marzo 2019 / by / in
Non ancora un paese per donne

12 marzo 2019

Un otto marzo di lotta che ha visto centinaia di donne in tutta Italia manifestare per un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale, autonomia e libertà di scelta sulle vite e sui corpi, ridistribuzione del carico di lavoro di cura e aborto libero e sicuro. Nel Paese del Ddl Pillon, dei femminicidi, degli stupri, degli insulti e delle molestie per strada e nei posti di lavoro, delle discriminazione sulle donne disabili, lo sciopero transfemminista globale, indetto anche in molti paesi di tutto il mondo, è stata la risposta a politiche di welfare inesistenti. 

La crisi degli ultimi dieci anni ha contribuito ad aggravare un assetto socio-economico che colpisce in primo luogo i poveri e le donne, emarginandoli in un mondo fatto di precarizzazione e penalizzazione salariale, di ricerca di lavori non all’altezza delle competenze o della aspettative. La conseguenza non è solo quella di una società più ingiusta ma anche quella di una riduzione del potenziale di crescita dell’intero Paese. 

Lo denuncia anche la SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) nel rapporto “Questione femminile: l’altra faccia della questione meridionale” che anticipa alcuni aggiornamenti dei dati di una ricerca sulla condizione delle donne nel Sud, dalla quale emerge con chiarezza come il tasso di occupazione femminilie nel Sud Italia sia il più basso d’Europa, e per le occupate la dequalificazione lavorativa è all’ordine del giorno. Nonostante i passi in avanti fatti, quindi, sono ancora tante le donne costrette a  fare i conti con una serie di barriere che limitano l’accesso al lavoro, la completa disposizione dei proprio corpi, la libertà dagli stereotipi, un’equa ridistribuzione del lavoro di cura. In presenza di un sistema di welfare incompleto e privo di sviluppo, i vecchi modelli sociali si stanno riproponendo con una rapidità disarmante, restituendo la fotografia di un Paese caratterizzato da segregazione occupazionale, impieghi poco qualificati, employment gap e sottoccupazione. 

Anche secondo il World Economic Forum la parità di genere è fortemente collegata al prosperare delle economie e delle società. Centrare  l’obbiettivo di un tasso di occupazione femminile del 60%, pensato dalla strategia di Lisbona per rendere più’ competitivo il mercato europeo, significherebbe un beneficio  di un +7% del Pil italiano, a testimoniare quanto l’intero sistema economico verrebbe a trarre assoluto vantaggio da una maggior partecipazione femminile.

La quinta edizione dello studio  “Women, business and the law 2018” (Donne, business e leggi 2018) firmato dalla Banca Mondiale, analizzando le economie di 189 paesi, ha certificato come le barriere legali che limitano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e restringono la possibilità di lanciare un’impresa non impattano solamente sull’equità di genere, ma hanno effetti negativi anche sulla crescita globale. 

Non soltanto una battaglia politica allora. La  parità di genere in tutti gli ambiti della vita e quella per un reddito di dignità e autodeterminazione per tutti e per tutte vanno a braccetto e si trasformano in  battaglia economica comune, con l’effetto non solo di intaccare la forbice delle disuguaglianze e evitare lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, ma soprattutto di migliorare il sistema di welfare restituendo così dignità a milioni di cittadine, di rafforzare la coesione sociale e di arginare la guerra tra poveri.

Martina Di Pirro

12 Marzo 2019 / by / in
Sicurezza: una parola di cui è necessario riappropriarsi

26 febbraio 2019

Il 24 settembre il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto “decreto sicurezza“, il provvedimento fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini che restringe le possibilità di accoglienza degli stranieri e introduce una serie di nuove norme sulla sicurezza. In questi mesi di applicazione, il decreto ha avuto effetti pratici quali, per citarne solo alcuni, i trasferimenti di richiedenti asilo via dai CARA, Sprar, Cas, annunci di chiusura di strutture di accoglienza, abolizione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, l’ampliamento del cosiddetto “DASPO urbano”, che permette a sindaco e prefetto di multare e allontanare da alcune zone della città persone che mettono a rischio la salute dei cittadini o il decoro urbano. Dove per “decoro urbano” non è chiaro cosa si intenda, e può estendersi infinitamente anche al divieto per le persone senza dimora di dormire sulle panchine, in totale assenza di una soluzione alternativa.

In termini di narrazione, il decreto ha avuto l’effetto anche di appropriarsi della parola “sicurezza”, trasformandola in un’operazione spregiudicata di colpevolizzazione del povero, utilizzando lo strumento della sanzione non per governare per giustizia, ma al fine di inseguire una legalità formale che si distanzia dalla tutela di diritti primari come la casa, il reddito, la salute, lo studio, la qualità della vita, tutt’oggi non garantiti.

“Per effetto del decreto, anche richiedere un’occupazione di suolo pubblico per iniziative culturali nei territori diventa una lotta.” – racconta Emilia Fragale, docente romana. “Gli spazi pubblici sono elemento chiave del benessere individuale e sociale, i luoghi della vita collettiva delle comunità, espressione della diversità del comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità. Pertanto, la loro riappropriazione in una dimensione collettiva è la più forte risposta al degrado e all’insicurezza che una comunità possa esprimere. La realizzazione di attività ed eventi culturali fruibili, gratuiti e collettivi, consente alla cittadinanza la riappropriazione e il decoro di quegli spazi che possono tornare a essere luoghi della comunità attraverso l’abitudine alla frequentazione e alla ripresa dell’incontro, con la riconquista della sicurezza del territorio attraverso il controllo sociale ma anche il presidio naturale che la vivacità sociale di un luogo garantisce.”

In un mondo in cui la sicurezza sembra essere il valore supremo, un valore che serve a giustificare numerosi soprusi e che, appena invocato, improvvisamente sospende ogni discussione o dissenso, alcune realtà territoriali raccontano una storia diversa. In un clima che tenta di nascondere milioni di poveri sotto al tappeto di decreti che dilatano l’area degli abusi, macinando vittime e giustificando provvedimenti repressivi di qualsiasi sorta, fatto di muri e barricate per paura del terrorismo, costruito su un informazione che serve a dare la colpa del nostro impoverimento a chi fugge dalle bombe o dalla miseria invece che ai reali responsabili dell’insicurezza mondiale, le reti territoriali lavorano incessantemente per riprendersi i propri spazi e diritti sociali, ambientali, umani. Un lavoro di comunità che, un giorno, chiederà ai governanti di giustificare ai popoli un mondo che ha ceduto i diritti umani in cambio della sicurezza.

Martina Di Pirro

6 Marzo 2019 / by / in
L’ecologismo dei poveri come strumento di democrazia

19 febbraio 2019 

Mai come ora la decennale crisi sta palesando l’insostenibilità  politica e sociale di un modello di sviluppo che dimostra ogni giorno la sua inadeguatezza. Diseguaglianze in aumento, cambiamento climatico e rifugiati ambientali sono tutte facce di una stessa battaglia non più rimandabile che la politica sembra voler ignorare e scaricare sui più deboli.

Un gruppo di ricercatori europei, analizzando i dati sui richiedenti asilo di 157 paesi forniti dell’UNHCR, i dati dell’ indice SPEI (The Standardised Precipitation-Evapotranspiration Index) e del Center for Peace and Conflict Research dell’Università di Uppsala (Svezia), ha dimostrato il nesso causale che lega i tre fattori.

Un nesso allarmante che, in Italia, la Rete dei Numeri Pari denuncia da anni e vi contrappone l’educazione popolare, l’ orizzontalità, la giustizia sociale, il mutualismo, la creatività e la decolonizzazione del potere, strumenti e pratiche che l’ecologismo dei poveri utilizza per costruire la democrazia.

Garantire l’integrità ecologica degli ecosistemi, di cui anche l’uomo è parte, non può che assicurare il buon vivere e offrire una soluzione ad un modello economico sostenibile, equo, che deve sapersi adattare ai limiti del pianeta. Una sostenibilità, come raccontato da De Marzo nel libro “Per Amore della Terra”, che deve inglobare in sé il concetto di giustizia, riconoscere i diritti della natura e ripudiare il liberismo economico, fondato su uno schema di civilizzazione che penalizza principi come la libertà e l’uguaglianza. Il principale obiettivo del paradigma di giusta sostenibilità allora consisterà nello sviluppo di comunità sostenibili, o comunità della vita, attraverso scelte coerenti con i principi della giustizia ambientale ed ecologica.  Solo così si potrà porre un argine alle crescenti disuguaglianze e ai cambiamenti climatici, promuovendo una riconversione ecologica delle strutture produttive ed energetiche, i diritti dei lavoratori per un lavoro sicuro, il rispetto per le diversità culturali, la possibilità per tutti di poter partecipare alle decisioni, la pubblicizzazione dei servizi basici, la difesa dei beni comuni e dei beni insostituibili ed indispensabili alla vita, forme di democrazia partecipata e comunitaria, politiche sociali di inclusion e forme educative interdisciplinari ed interculturali.

Martina Di Pirro

23 Febbraio 2019 / by / in
La Rete dei Numeri Pari in audizione al Senato sul Reddito di Cittadinanza

12 febbraio 2019 – Rete dei Numeri Pari

Martedì 5 febbraio la Rete dei Numeri Pari ha partecipato all’audizione dell’ 11° Commissione Lavoro al Senato della Repubblica in merito al decreto legge sul  “Reddito di cittadinanza”. Nonostante da anni le centinaia di realtà della Rete avessero tentato di cercare un confronto istituzionale, soltanto adesso, a decreto fatto, il governo ha provato a cercare un confronto. Un confronto che non ha considerato quanto l’assenza di questi anni abbia allargato le distanze tra governo e chi lavora nei territori, che si traduce in un’incapacità di lettura sfociata proprio nell’istituzione di un sussidio di povertà, il Reddito di cittadinanza appunto, che non rispetta i principi del reddito minimo garantito così come definito dalle risoluzioni europee, da studi e ricerche scientifiche.  Già nel 2013 i dati ISTAT fotografavano un aumento fuori norma del numero delle persone in povertà in Italia e una crescita della diseguaglianza sociale, e la proposta del Reddito di Dignità avanzata all’epoca dalla campagna “Miseria Ladra” risulta tutt’ora l’unica in grado di diminuire la forbice del divario. Quella proposta, giova ricordarlo, venne sottoscritta e promossa anche da 91 deputati e 35 senatori del Movimento 5 stelle.

Il provvedimento varato dal governo è invece totalmente diverso rispetto ai contenuti del documento sottoscritto dai deputati del M5S nella scorsa legislatura:  è una misura individuale e non familiare, deve essere erogato in base al criterio della residenza e non della cittadinanza, per dirne alcune. Su ciascuno di questi principi il governo fa poco o fa l’opposto. Inoltre l’accessibilità al Reddito di Cittadinanza vessa il beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento e, non meno importante, al beneficio economico non viene aggiunto il diritto a servizi sociali di qualità.  Non solo. Secondo le stime incrociate e avanzate dalla Rete dei Numeri Pari, erano necessari tra i 16 e i 17 miliardi di euro l’anno per garantire la copertura di tutte le persone in povertà assoluta e relativa. Il provvedimento attuale ne mette a disposizione solo 6,11 per il 2019, in crescita fino agli 8,2 miliardi del 2021. Risorse a cui attingere non in deficit, come stanno facendo, ma dalla fiscalità generale, proprio per evitare un aumento del debito pubblico.

“ Si tratta di capire se il Rdc italiano saprà davvero rappresentare quello zoccolo mancante nel nostro welfare e garantire le aspirazioni e i progetti di vita di chi è a rischio di esclusione sociale – afferma Sandro Gobetti, del Basic Income Network in una nota depositata – Nella scorsa legislatura, la Rete dei Numeri Pari, per sbloccare la situazione promosse la compagna sul “reddito di dignità” individuando quali fossero i punti irrinunciabili di una legge sul tema alla luce anche delle indicazioni europee, delle Carte dei diritti e delle varie Risoluzioni del Parlamento europeo. Il provvedimento appare deficitario in alcuni aspetti della sua ispirazione di fondo, quanto soprattutto al recepimento di quel dibattito internazionale che mette in discussione oggi l’utilità di soluzioni “condizionate” e selettive nella tutela dei minimi vitali.”

“ Il Reddito di cittadinanza non risponde ai principi ritenuti indispensabili dalle risoluzioni europee – continua Elisa Sermarini, della Rete dei Numeri Pari – Un esempio sono le misure sanzionatorie contenute nel provvedimento che vanno a stigmatizzare e a colpevolizzare chi beneficerà di questo reddito, arrivando a ipotizzare addirittura una pena di sei anni di carcere. Apporre delle contropartite al beneficio era invece da escludere. E’ una misura che interviene solamente sulle persone che si trovano in una condizione di povertà assoluta, e non su tutte quelle che si trovano al di sotto della soglia del 60% del Reddito mediano del paese di riferimento, così come stabilito dalle convenzioni europee. Non include poi il momento formativo della persona, e finisce per non tutelare il diritto allo studio, necessario per contrastare la dispersione scolastica che è la più alta in Europa. Il reddito minimo dovrebbe servire a restituire dignità alle persone, deve essere uno strumento di libertà, quella stessa libertà che, negli ultimi dieci anni di crisi, ci è stata tolta.”

16 Febbraio 2019 / by / in
La reale platea del reddito di cittadinanza

Nel corso dell’audizione al Senato sul cosiddetto decretone reddito-pensioni, il provvedimento che include il Reddito di Cittadinanza, Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha ricordato come la platea dei possibili beneficiari del reddito di cittadinanza potrebbe essere molto inferiore alle stime iniziali del governo. Luigi Di Maio aveva parlato di 5 milioni quando, in realtà, la misura coinvolgerebbe  soltanto una platea di 1,2 milioni di nuclei e 2,4 milioni di persone. Il 50% dei nuclei sarebbero senza redditi e comunque senza redditi da lavoro “tra i quali si celano anche gli evasori e i sommersi totali”, sottolinea Boeri. 

I calcoli sono semplici: nove milioni di persone che versano in uno stato di povertà relativa, un terzo della popolazione a rischio di esclusione sociale, e milioni di persone  in uno stato di povertà assoluta saranno tenuti fuori dalla misura di reddito così come pensata. 

Molto lontano dalle promesse iniziali, il Reddito di Cittadinanza non rispecchia nemmeno quanto stabilito dalle risoluzioni europee a partire dal 1992 e dai Pilastri Sociali Europei.  Mentre il governo gialloverde annuncia il portale del sussidio alla povertà (uno sfondo blu e un sottotitolo “Una rivoluzione per il mondo del lavoro”), continuano ad essere molte le perplessità oggettive. Non solo secondo Boeri, che elenca, tra gli altri effetti negativi, anche il rischio che la misura si trasformi in un disincentivo al lavoro, ma anche secondo il CENSIS che, in una indagine sul welfare aziendale elaborata con Eudaimon, nota come negli ultimi dieci anni  (2007-2017) il numero di occupati nel Paese è diminuito dello 0,3% e, chi lavora, lavora sempre di più. Un paradosso italiano che conferma come il cosiddetto Reddito di Cittadinanza non solo non abolirà la povertà ma non garantirà nemmeno delle politiche occupazionali con una visione politica di ampio respiro.  

6 Febbraio 2019 / by / in ,