A settant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, continuiamo a fingere di non vedere la tendenza storica dell’Occidente a universalizzare la sua visione del mondo. Eppure, non possiamo non interrogarci sulle conseguenze dell’esclusione di grammatiche e linguaggi morali sulla vita e la dignità diverse da quelle imposte dalla concezione egemonica dei diritti umani.
Di Lola Cubells – Comuneinfo
A settant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, continuiamo a fingere di non vedere la tendenza storica dell’Occidente a universalizzare la sua visione del mondo. Eppure, non possiamo non interrogarci sulle conseguenze dell’esclusione di grammatiche e linguaggi morali sulla vita e la dignità diverse da quelle imposte dalla concezione egemonica dei diritti umani. Al tempo dei linguaggi semplificati dei twitter dei Trump e dei Salvini, possiamo ancora liberarci dall’idea di dover difendere solo un concetto astratto, che ignora la pluralità delle culture per privilegiare coloro che detengono un potere segnato dalla modernità coloniale, capitalista e patriarcale? I diritti umani sono un modo di intendere la lotta per una vita degna di essere vissuta, non il solo termine astratto.
Universalizzare: sindrome dell’Occidente
La concezione egemonica dei diritti umani si basa sul difenderli come qualcosa di intrinseco all’essere umano, come essenza legata all’esistenza di “una natura umana universale” comune a tutti i popoli. Una natura umana caratterizzata da una forma di conoscenza universale: la ragione. Questa idealizzazione favorisce un universalismo astratto che privilegia coloro che detengono il potere nel mettere in relazione quella “natura umana” con l’ideale di uomo, bianco, borghese, proprietario ed escludendo le varie otredades[othernesses, alterità ndt.] sottomesse alla modernità coloniale, capitalista e patriarcale. È un concetto di diritti umani de-contestualizzato e dis-incarnato, funzionale al sistema capitalista.
Perciò, Raimon Panikkar definisce “sindrome dell’Occidente” questa tendenza storica (dell’Occidente) a universalizzare la sua visione del mondo, caratteristica del suo potere coloniale e anche del suo stesso mito. Il pericolo di questa “sindrome” è la pretesa di trovare un linguaggio universale che semplifichi la realtà e sottometta tutte le tradizioni umane a una razionalità unica.
Di fronte all’universalismo, sono state sviluppate diverse posizioni a favore del riconoscimento del pluralismo culturale. Robert Vachon distingue due correnti:
1.- La relativizzazione contestuale che considera i diritti umani come un riferimento transculturale, universale o universalizzabile. Analizza come vengono ricevuti, interpretati e vissuti in modi diversi a seconda delle persone e degli ambienti culturali, evidenziando le loro varianti. Questo approccio non tiene conto del fatto che altre culture abbiano una base distinta di diritti e giustizia, ignorando altre nozioni molto diverse da quelle della buona vita e dell’ordine sociale non basate su diritti che potrebbero essere altrettanto validi e importanti dei diritti umani.
2.- La relativizzazione radicale non nega quanto detto ma, dal riconoscimento del pluralismo culturale, si chiede: la nozione di diritti umani è una invariante universale? Deve essere il punto di riferimento universale per qualsiasi problematica relativa alla dignità umana? Ci sono altre finestre sul mondo che sono valide tanto quanto i diritti? Quali sono?
Il sociologo legale Boaventura de Sousa Santos afferma che i diritti umani dovrebbero essere concettualizzati come un “localismo globalizzato” quando questi sono concepiti come diritti umani universali, rappresentando una forma di globalizzazione dall’alto. Ma possono anche diventare una modalità di “cosmopolitismo subalterno e ribelle”, ovvero, come una forma di globalizzazione dal basso, con la condizione di essere ri-concettualizzati come interculturali.
L’interculturalità non è tanto una teoria quanto un atteggiamento e un modo di comprendere la vita.
È necessario, quindi, differenziare quando i diritti umani sono usati per imporre un modo di vedere il mondo o quando diventano un’arma contro-egemonica contro gli abusi del potere governativo o transnazionale. Non dobbiamo dimenticare che (i diritti umani) sono stati il cavallo di Troia di un altro concetto-arma della colonizzazione: lo “sviluppo”. Da questo concetto, re-significato dal presidente Truman nel 1949, il mondo si è diviso tra paesi sviluppati e sottosviluppati e tra coloro che “insegnano” i diritti umani e coloro che devono farli propri per partecipare con le regole imposte del gioco.
https://comune-info.net/decolonizzare-i-diritti-umani-2/