Resoconto e conclusioni dell’assemblea nazionale dei Comitati contro ogni Autonomia Differenziata

Arrivati da 20 province di tutta Italia, a titolo individuale o in rappresentanza di 33  tra associazioni, partiti, sindacati, più di 100 partecipanti si sono riuniti, sabato 6 giugno  2026, al Maschio Angioino di Napoli, per partecipare all’Assemblea nazionale del Tavolo  NO-AD e dei Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata, l’unità della  Repubblica e l’uguaglianza dei diritti. Dal luglio 2019, anno della nascita dei comitati, essi  continuano a lavorare sulla formazione, informazione, mobilitazione rispetto al progetto  eversivo dei vari governi da allora succedutisi: l’autonomia differenziata; o – come è  meglio conosciuta – la “secessione dei ricchi” o Spacca Italia.  

Una risposta eloquente a quanti, pochi giorni prima, mentre celebravano liturgicamente la  Repubblica, hanno continuato e continueranno a picconarne l’esistenza, minandone le  fondamenta: i principi di uguaglianza, solidarietà, autonomia prevista dall’art. 5,  attraverso l’azione concentrica delle Intese preliminari di Veneto, Piemonte, Lombardia e  Liguria su 4 materie e dell’AS 1623, la legge Calderoli, per la determinazione dei LEP.  

Le Intese preliminari individuano, qualora venissero ratificate definitivamente, il primo  passo concreto – dopo la Riforma del Titolo V, nel 2001, e le sue conseguenze – verso lo  smembramento della Repubblica. Per fare questo, il ministro Calderoli e il governo non  esitano a forzare, disattendere, violare la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale.  

L’assemblea napoletana ha saputo elaborare un programma di interventi e strategie  all’altezza della minaccia di dissoluzione incombente sul Paese e sulla sua Carta  costituzionale. I lavori sono stati preceduti da due interventi. Il primo di Dianella Pez (a  nome dei Comitati), nell’ideale comunanza di aspirazioni con la contemporanea  manifestazione di Aviano (FVG), intitolata “Contro le guerre, il riarmo, le testate nucleari”.  Il secondo di Carmen D’Anzi, Garante dei diritti delle persone detenute della Provincia di  Potenza, che ha invitato, dati alla mano, a riflettere sui troppi ostacoli al diritto alla salute e  alla cura dei carcerati. 

La volontà di stare insieme su uno scopo – quello di fermare la de-forma eversiva – ha  messo in campo prospettive plurali che hanno ampliato la strumentazione analitica e  operativa dei Comitati e, dunque, della lotta dal basso. Le preoccupanti dinamiche  demografiche, riflesso e al contempo supporto delle istanze autonomistiche, che  condannano il Sud e il paese a una desertificazione programmata; la crisi produttiva e del  welfare, di un Nord che millanta efficienza mentre si alimentano la speculazione edilizia e  lo sfruttamento sfrenato dei rider, degli operai dell’edilizia, della filiera del lusso; il collasso  ecologico, accelerato dalle miopi politiche estrattivistiche; la funzionalità dell’autonomia  differenziata alla militarizzazione dei territori e all’accentramento dei poteri nelle mani di  un ceto affaristico senza scrupoli; la prova che autonomia non è sinonimo di “prossimità”  ai bisogni dei cittadini, ma deriva di potere e lottizzazione del territorio; l’illogicità di  alcune richieste, come quella relativa alla protezione civile; la consapevolezza che la  divergenza territoriale è l’altra faccia del capitalismo concentrazionario; la  disambiguazione di proclami e documentazioni esibite dal Governo come risposta attendibile alle condizioni poste dalla Corte costituzionale nella sentenza 192, come è il  caso delle relazioni che ciascuna regione ha allegato alla propria Intesa preliminare fotocopia, di cui in audizione il ministro Calderoli ha millantato la peculiarità, smentita dai  fatti; la necessità che i bisogni delle cittadine e dei cittadini vengano sondati direttamente  sui territori e non individuati dalle tecno-burocrazie. Questo e molto altro hanno  chiaramente dimostrato le relazioni di Massimo Villone, Marco Esposito, Emiliano  Brancaccio, Pietro Spirito. D’altra parte, la relazione di Antonio Mazzeo e altri interventi  hanno evidenziato come la scelta del riarmo, a livello nazionale e di Unione Europea, porti  a una militarizzazione del sistema economico e dell’intera società. Dal Ponte di Messina,  alle grandi vie di trasporto e della distribuzione dell’energia, alle tecnologie dual use, alle  misure securitarie: tutto converge verso la militarizzazione, per la quale è necessario un  riassetto complessivo delle istituzioni con la differenziazione dei territori, accentrando i  poteri nei Presidenti di regioni, legittimando il loro ruolo di ‘governatori’.  

Antonella Bundu ha poi insistito sulla necessità di una reale connessione delle lotte del  Nord con quelle del Sud, espressioni delle esigenze popolari di pace, di uguaglianza dei  diritti, di difesa delle libertà civili, di superamento delle disuguaglianze sociali e dei divari  territoriali. A metà dei lavori è stato letto un saluto del presidente della Regione Campania,  Roberto Fico, ed è stato proiettato un gradito, importante messaggio del presidente  dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, che, fra l’altro, ha già fatto ricorso alla Consulta  contro alcune norme discriminatorie della legge di Bilancio.  

Il pomeriggio – attraverso gli interventi di associazioni, sindacati, partiti – ha reso  ancora più concreto il grido di allarme emerso dall’assemblea: è necessario smascherare  l’operazione che il governo sta portando avanti in maniera silente, anche con la complicità  dei media main stream; cui si aggiunge il percorso della revisione costituzionale dell’art.  114, con la potestà legislativa concorrente che Roma Capitale acquisirà, aprendo il varco  ad analoghe iniziative già in procinto di coinvolgere Milano e Venezia. Alla frantumazione,  a quanto pare, non c’è mai fine.  

Nessun passo può essere accettato né sottovalutato. È stata infine disvelata la menzogna  del decentramento felice e della retorica del maggiore “merito” del Settentrione. Tutti gli  strumenti – parlamentari, giuridici, di mobilitazione – devono essere messi in campo nelle  prossime settimane, per fermare ancora una volta il progetto eversivo del governo.  

Sette anni di lotte ci dicono chiaramente che “è valsa la pena” svolgere il lavoro che  Comitati e Tavolo hanno fatto: più che mai, vale la pena rilanciarlo per impedire che la  Repubblica democratica sia stravolta in una serie di piccoli Stati autoritari gestiti da  “Governatori”, che rispondono agli interessi di classe degli imprenditori del Nord.  

Non è il popolo del Nord, non sono i cittadini settentrionali a spingere per l’autonomia  differenziata; è la classe imprenditoriale, in particolare quella industriale e dei servizi high tech, a insistere per dar vita a istituzioni regionali con poteri legislativi e amministrativi  differenziati, che rispondano direttamente alle loro esigenze produttive. Tutto ciò  costituisce il fondamento di classe e antipopolare dell’autonomia differenziata; che  evidentemente risponde agli interessi economici di un ceto, quello degli industriali.

A Napoli si è discussa la questione meridionale, che rimane irrisolta, come argomentato da  Maria Teresa Capozza e Loretta Mussi in un documento predisposto, per conto  dell’Esecutivo dei Comitati. Le industrie del Nord – oltre ad aver sempre goduto di  sovvenzioni finanziarie, incentivi economici e sgravi fiscali pubblici – hanno, prima,  sfruttato il Mezzogiorno come mercato di sbocco delle proprie merci, per avere  manodopera a basso costo con le possenti migrazioni interne, per disporre di beni  intermedi per la produzione di acciaio e chimica di base; e poi come discarica degli scarti  inquinanti, che hanno devastato territori agricoli di alto valore e provocato malattie letali  (la “Terra dei fuochi” docet). 

Le classi dirigenti industriali e finanziarie e quelle politiche governo Meloni e  Commissione UE hanno un preciso disegno per il Mezzogiorno: hub per l’energia delle  industrie del Nord Italia e dell’Unione Europea; snodo logistico per la sua collocazione al  centro del Mediterraneo, che abbisogna di corridoi infrastrutturali per esportare e  importare dall’Africa e dal Medioriente (come dimostra il Ponte sullo Stretto). Al  Mezzogiorno, oggi come ieri, è riservato dalle classi dirigenti un destino da ZES, cioè zona  emarginata speciale

Dall’assemblea è emersa la volontà di rigettare la visione redistributiva dei diritti sociali e  fare, invece, di tali diritti, i criteri o gli obiettivi su cui parametrare la riallocazione delle  risorse: un ribaltamento di prospettiva che non piacerà ai pochi, ma servirà ai tanti.  

Per arrivare a questo ambizioso traguardo, occorre intraprendere ed intersecare azioni  congiunte di lotta e pressione:  

chiedere ai parlamentari delle forze di opposizione di presentare una pioggia di  emendamenti, per fermare l’iter di approvazione delle intese, e di denunciare con  ogni mezzo a disposizione, anche fuori dalle aule istituzionali, gli intenti separatisti  e le loro ricadute; perché istituzioni e piazza in questa fase devono procedere coese e  convergenti;  

sollecitare le Regioni guidate dal PD e dal M5S affinché si preparino  tempestivamente ad impugnare le Intese, predisponendo e pubblicizzando – ancor  prima della conclusione dell’iter di approvazione – i testi dei ricorsi da formalizzare  poi in via diretta alla Corte costituzionale. Sia perché il governo abbia contezza che  alla propria arbitraria accelerazione si risponderà in maniera immediata ed efficace.  Sia perché i cittadini e le cittadine possano condividere, arricchire e discutere le  ragioni e le modalità di difesa dei propri diritti; 

chiedere ai Consiglieri di opposizione delle Regioni che hanno avviato le Intese di  usare tuti i mezzi istituzionali per bloccare l’iter delle Intese stesse, quando  arriveranno nei Consigli; 

chiedere ai consiglieri comunali del Pd, del Movimento 5 stelle e di AVS di proporre  risoluzioni o ordini del giorno, come quella presentata al comune di Firenze  (mozione Palagi), per schierare i Comuni contro il neo-centralismo regionale, che si  accentuerà con l’AD, facendosi promotori di incontri sulle quattro materie oggetto  delle Intese preliminari;  

sollecitare sindacati e associazioni, con un appello ai direttivi, affinché mobilitino i  propri iscritti e iscritte, insistendo sulla trasversale pericolosità dell’AD, che nega il 

diritto a un lavoro equamente retribuito e parimenti sicuro, e il diritto a potersi  avvalere di una legislazione uniforme in caso di contenzioso. Ancora, sulla scia di  quanto avvenuto in occasione della raccolta firme per il referendum abrogativo della  legge 86/24, che organizzino dappertutto l’informazione e la mobilitazione per il  ritiro delle pre-Intese, per il NO alla loro ratifica e per l’interruzione del percorso  dell’AS 1623 (Legge Calderoli);  

mettere in luce i nessi, facendo leva su di essi, per collegare le lotte, dando vita ad  una nuova forma di mutualismo e di cooperazione tra movimenti: la guerra, il  riarmo, le politiche ambientali, la precarizzazione del lavoro non sono estranee  all’autonomia differenziata e viceversa; 

ai gruppi parlamentari di opposizione, chiedere di continuare la loro attività di  contrasto delle Intese, e di cooperare con i Comitati, con il Tavolo No AD, con i  costituzionalisti e gli economisti per organizzare incontri di riflessione sul Titolo V,  che necessita non solo della cancellazione del comma 3 dell’articolo 116, ma di una  ridefinizione complessiva, guidata dai principi del regionalismo cooperativo, come  prescritto dagli articoli 2, 3 e 5 della Costituzione; 

a tutte le forze che si candideranno alle elezioni del 2027, chiedere che nel  programma sia inserita la cancellazione del c. 3 dell’art. 116, unico atto che  impedirebbe in futuro di accedere a forme di autonomia differenziata.  

Non sarà vano attuare questo capillare intervento, perché i Comitati sanno che 1.300.000  firme sono state apposte per abrogare la legge “SpaccaItalia”, e che 15 milioni di “no”  hanno bocciato la riforma della magistratura, non solo perché alterava gli equilibri tra i  poteri dello Stato, ma perché era la contropartita dell’autonomia differenziata e del  premierato, nel patto privato siglato tra le destre al governo.  

I Comitati e il Tavolo NOAD, consapevoli del ruolo che hanno avuto in questi anni nel dar  vita e sostenere la formazione, l’informazione e la mobilitazione, e nel costruire l’unità  necessaria a fermare l’AD, proseguiranno nelle loro azioni; si impegnano pertanto a  consolidare e a estendere i rapporti con le associazioni, i sindacati e i movimenti territoriali  e le forze politiche, affinché sempre più la ‘mia lotta’ diventi la ‘nostra lotta’; per una  società in cui si affermino i diritti sociali, civili e politici di tutte le persone, dovunque  risiedano e da dovunque provengano. Organizzeranno in tutte le città e le Regioni e a  livello nazionale iniziative di piazza e assemblee, seguendo l’evoluzione della situazione. 

Nel complesso, le due strade che il Governo sta portando avanti prefigurano un  regionalismo separatista, ponendosi sulla via di vere e proprie secessioni; mentre la  Costituzione, con gli articoli 5 e 3, indica la strada per costruire un regionalismo  cooperativo, per garantire l’unità della Repubblica, che sta a significare l’uguaglianza dei  diritti sociali, politici e civili.  

Esiste un popolo che resiste. Con questo popolo bisogna camminare e lottare;  perché non c’è alternativa alla costruzione di un’alternativa.  

Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, luguaglianza dei diritti e lunità  della Repubblica e Tavolo No AD

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER
I agree to have my personal information transfered to MailChimp ( more information )
Autorizzo La Rete dei Numeri Pari a processare i miei dati personali secondo il Decreto Legislativo 196/2003 e/o successive integrazioni o modifiche
Noi odiamo lo spam. I tuoi dati saranno usati in conformità al Regolamento (UE) 2016/679