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Disuguaglianza sociale ed economica

Il termine disuguaglianza identifica le differenze dei livelli di benessere derivanti principalmente dalle disparità nel livello dei redditi, dei consumi, nell’accesso all’assistenza sanitaria, nell’istruzione e nella speranza di vita. Nel dibattito pubblico si tende a dare per scontato che la disuguaglianza sia solo un problema di tipo economico. Questa visione rischia però di mettere in secondo piano la complessità del fenomeno. Esistono infatti svariate forme di disuguaglianza: sociale, economica, politica, digitale.

Definizione

Il termine disuguaglianza identifica tutte le differenze dei livelli di benessere derivanti principalmente dalle disparità nel livello dei redditi, dei consumi, nell’accesso all’assistenza sanitaria, nell’istruzione e nella speranza di vita. Il reddito pro capite è la misura preferita dagli economisti per quantificare la disuguaglianza sebbene rappresenti solo parzialmente il benessere di una persona. Infatti nonostante la disuguaglianza, in termini assoluti sia aumentata nel corso della storia non si può dire che il livello di benessere mondiale sia diminuito a causa dalla diminuzione della mortalità infantile, dell’incremento dell’alfabetizzazione e dell’avvento dello stato sociale. La misura del reddito, nonostante la sua incompletezza, rimane comunque un indicatore capace di mostrare l’evoluzione della disuguaglianza nel corso della storia tra le persone e i paesi.

Troppo spesso, tuttavia, nel dibattito pubblico di tende a dare quasi per scontato che la disuguaglianza sia in primo luogo un fenomeno di tipo economico. Questa visione come scrive Emanuele Ferragina nel suo libro Chi troppo chi niente (2013) rischia di mettere in secondo piano la complessità del fenomeno che richiede risposte di ampio respiro. “In realta esistono infatti svariate forme di disuguaglianza, e prima di discutere le politiche concrete che potrebbero contribuire a ridurle è necessario comprendere a fondo le molteplici sfumature del concetto. Le disuguaglianze si declinano su tre livelli: quello del trattamento, quello delle opportunità e quello della condizione” (p. 23) La disuguaglianza di trattamento si manifesta nell’assenza di condizioni paritarie di accesso alla giustizia, nelle relazione tra generi e generazioni, nella mancanza di diritti agli immigrati, nel controllo inadeguato dell’evasione fiscale; la disuguaglianza di opportunità si ritrova nella chiusura degli ordini professionali, nella difficoltà di accesso al mercato del lavoro, nelle difficoltà di ottenere finanziamenti per una nuova impresa; la disuguaglianza di condizione si evidenzia nei diversi trattamenti che lo Stato riserva a cittadini che dovrebbero essere uguali (p.p. 23, 24)

È necessario, quindi, quando si parla di disuguaglianza far riferimento sia a quella sociale sia a quella economica, vedendone le connessioni. Solo un’analisi di questo tipo consente infatti di dare ragione di un fenomeno sempre più complesso e articolato. Non a caso lo studio della disuguaglianza sociale e delle sue diverse dimensioni costituisce da sempre uno dei temi principali della sociologia, prima ancora che dell’economia. La scienza moderna della società ha preso le mosse dalla constatazione che il mutamento sociale associato alla modernizzazione ridefinisce forme e contenuti della disuguaglianza sociale, in cui le disuguaglianze non sono trasmesse direttamente di generazione in generazione, ma sono prodotte, o riprodotte, dal gioco dei mercati, delle istituzioni statali e associative, dai gruppi familiari e comunitari

Il dibattito sociologico
Sono molti gli autori che si sono occupati di questo tema: dai padri della sociologia (Durkheim, Weber) passando per le analisi di Karl Marx sul controllo dei mezzi di produzione e sulla conseguente divisione in classi sociali, fino a sociologi contemporanei quali Giddens, Beck e Bauman. In questa sede ci limitiamo a proporre dei riferimenti sintetici al pensiero di questi ultimi.

Anthony Giddens nel suo lavoro Fondamenti di sociologia (2006) argomenta come la stratificazione sociale sia un sistema di disuguaglianze strutturate tra gruppi sociali. È così possibile concepire la società come costituita da strati ordinati gerarchicamente, dove i privilegiati stanno in alto e i meno privilegiati in basso. La stratificazione sociale può essere determinata da diversi fattori: risorse economiche, genere, età, appartenenza religiosa, prestigio, potere.

Zygmunt Bauman nel suo libro Danni collaterali (2011) analizza con molta efficacia quali conseonzoen conseguenze stiano generno le disuguaglianze sociali ed economiche nell’età globale. “L’accrescersi della disuguaglianza – secondo il sociologo anglo-polacco – non è visto come un indizio di qualcosa di diverso da un semplice problema economico. E nei casi relativamente rari in cui ci si interroga sui pericoli che la disuguaglianza preannuncia per la società nel suo insieme ci si limita a soffermarsi sulle minacce all’ordine pubblico – anziché sui rischi che la disuguaglianza rappresenta per quegli elementi fondamentali del benessere collettivo della società, quali, ad esempio la salute fisica e mentale dell’intera popolazione, la qualità della vita di tutti i giorni, il grado di partecipazione politica dei cittadini e la società dei rapporti che uniscono coloro che ne sono parte” (VIII, IX). Bauman conclude la sua analisi sottolineando come “l’esplosiva miscela risultante da una disuguaglianza sociale in un continuo aumento e l’accrescersi di quella sofferenza umana che releghiamo alla sfera della collateralità (…) sta dimostrando di essere, potenzialmente, il più disastroso dei tanti problemi che l’umanità potrebbe vedersi costretta ad affrontare e a risolvere in questo secolo” (XVI).

Ulrich Beck mette in evidenza come la percezione della disuguaglianza sociale nella vita quotidiana, nella politica e nella ricerca si basi su una visione che pone dei confini al contempo territoriali, politici, economici, sociali e culturali. Ma questa visione è insufficiente perché il mondo è sempre più interconnesso e i confini che continuano a sussistere, non bastano a leggere la realtà. Questo aumento di interazioni al di là delle frontiere nazionali, impone quindi una rimisurazione della disuguaglianza sociale.

Anche molti sociologi italiani si sono prodotti in merito al tema della disuguaglianza. In questa sede ci limitiamo a ricordarne due, Luciano Gallino e Chiara Saraceno.

Luciano Gallino (2002) nega che la globalizzazione favorisca la crescita economica, la riduzione della disoccupazione, l’aumento della produttività: anzi, il numero dei disoccupati non sarebbe mai stato così alto, così come il forte aumento delle disuguaglianze di reddito tra strato ricco e strato povero della popolazione; così come il degrado economico, sociale e culturale di comunità locali e la nascita di nuove forme di disuguaglianze sia in globale che locale. Per limitare gli effetti perversi della globalizzazione, Gallino confida nella global governance, istituita nell’ambito dell’Onu: un insieme di regole, introdotte mediante accordi bilaterali o multilaterali, stipulate a livello locale, nazionale, regionale o internazionale, idonee a controllare i flussi economici mondiali per offrire un modello diverso di costruzione sociale del mercato a livello planetario.

Chiara Saraceno, che da molti anni studia il fenomeno della povertà e della disuguaglianza (2004; 2007; 2009), parte da una analisi del concetto di disuguaglianza e dei modi nei quali le disuguaglianze si producono nelle società avanzate, illustrando le connessioni intercorrenti tra la nozione generale di disuguaglianza sociale e alcuni specifiche manifestazioni: povertà, salute e abitazioni. Fulcro delle riflessioni è la definizione delle disuguaglianze sociali “intese come disparità oggettive e sistematiche della capacità degli individui di ottenere ricompense e privilegi, di influire sul comportamento altrui in modo che se ne producano vantaggi per sé e per il proprio gruppo di riferimento e nella capacità di scegliere i propri destini individuali e i modi della propria vita quotidiana” (Brandolini, Saraceno, Schizzerotto 2009, p. 10)

Il dibattito economico
L’analisi economica si è interessata del tema della disuguaglianza in tempi recenti anche se non sono mancate analisi di storia economica come quella di Karl Gunnar Persson (2011), che ha rilevato come il rapporto tra il coefficiente di Gini e la massima disuguaglianza tenda ad aumentare nell’epoca dell’Impero romano e dell’Impero bizantino, per stabilizzarsi nell’età moderna e infine diminuire nel ventesimo secolo.

Due economisti hanno analizzato in modo approfondito il tema della disuguaglianza: Amartya Sen, in particolare in uno dei suoi contributi più recenti dal titolo L’idea di giustizia (2011) e Joseph Stiglitz con il suo libro Il prezzo della diseguaglianza (2013). I due studiosi muovono da premesse e finalità diverse: il primo si interroga sulla complessità filosofica di formulare un’idea di giustizia universalmente condivisa ma anche sulla necessità di affrontare le troppe ingiustizie che sono di fronte ai nostri occhi, a partire da quelle più gravi, che offendono la dignità umana e toccano a fondo la nostra coscienza. Il secondo analizza fatti, dinamiche e politiche recenti nella vita economica degli Stati Uniti, guardando al prezzo che gli individui e il paese stanno pagando a causa della crescente diseguaglianza registrata negli ultimi anni. Entrambi analizzano il nesso tra diseguaglianza economica e diseguaglianza politica e le conseguenze che questo legame può produrre sul tessuto sociale, sulla coesione politica e sociale e sulla democrazia stessa. (Chiappero-Martinetti 2015)

Thomas Piketty afferma nel suo libro Il capitalismo nel XXI secolo (2014) che “è più urgente che mai rimettere la questione delle disuguaglianze al centro dell’analisi economica e tornare a porre le domande lasciate senza adeguata risposta nel XIX secolo. Per troppo tempo il problema della distribuzione delle ricchezze è stato trascurato dagli economisti. (…) Per rimettere la questione della distribuzione al centro dell’analisi, bisogna cominciare con il raccogliere il massimo numero di dati storci, in modo da capire meglio gli sviluppi del passato e le tendenze del presente” (p.p. 34-35). Il capitalismo in questa fase ha polarizzato la ricchezza nelle mani di pochi: chi detiene capitale continua ad accumulare ricchezza a spese di chi vive di lavoro. Siamo in sostanza di fronte ad uno strapotere della rendita sul lavoro. Per l’economista francese la soluzione è una tassazione delle rendite e del capitale che avvii una redistribuzione delle ricchezze.

Vanno segnalate anche le analisi di Jean-Paul Fitoussi che in alcuni suoi lavori (2010; 2013) ha avuto modo di sottolineare come la crescita del Pil non ha determinato alcun miglioramento sulla miseria sociale, che anzi si è aggravata. Nel suo libro Il teorema nel lampione (2013) ha osservato come sia “del tutto irragionevole quello che accade al mondo di oggi: il livello di disuguaglianza e quello di disoccupazione, la massa delle carriere interrotte, il numero incredibile di persone che non riescono nemmeno ad avviarne una o di quanti si arenano a qualche anno dalla pensione, l’enormità delle fortune accumulate, l’oscenità di alcune remunerazioni, l’insicurezza generalizzata che regna nei Paesi ricchi” (p.p. 3-4). Per questo motivo, conclude l’economista francese, è “giunto il momento di valutare le conseguenze delle politiche che i nostri governi portano avanti riguardo a questi due obiettivi: il benessere e la sostenibilità” (p. 9).

Concludiamo questa breve rassegna facendo riferimento alle elaborazioni di alcuni economisti italiani: Elena Granaglia, Michele Raitano, Maurizio Franzini ed Emanuele Ferragina.

Elena Granaglia, Michele Raitano e Maurizio Franzini (2014) esaminano le conseguenze economiche e sociali della ricchezza prendendo le distanze sia da chi sostiene che della presenza dei ricchi finirebbe per avvantaggiarsi tutta la società, sia da chi considera sempre e sistematicamente i redditi elevati un attentato alla giustizia. Si tratta di una lucida e approfondita valutazione dei modi con cui si formano le disuguaglianze estreme di reddito nel capitalismo contemporaneo che ha anche il pregio di illustrare le implicazioni per il sistema economico oltre che avanzare alcune poste concrete.

Emanuele Ferragina (2013) sottolinea come le disuguaglianze deprimano l’economia e acuiscano lo scontro sociale descrivendo cinque ambiti da cui partire per riformare il paese, per avviare l’agenda dell’uguaglianza. L’obiettivo di ridurre le disuguaglianze, secondo Ferragina, non è semplicemente una questione morale o ideologica, ma un modo per risolvere i problemi socioeconomici del Paese e farlo ripartire. Infatti “ridistribuire la ricchezza e le opportunità non costituirebbe un ostacolo allo sviluppo economico, ma significherebbe accrescere invece la coesione sociale e l’efficienza del sistema-paese” (p. 12).

Caratteristiche della disuguaglianza sociale
Il fenomeno della disuguaglianza sociale sta assumendo nella società odierna una molteplicità di dimensioni sempre più estesa che si intrecciano sovente alle vari elementi che descrivono la disuguaglianza economica
L’analisi sociologia ha soffermato la sua attenzione sul alcuni concetti chiave e su alcune caratteristiche della disuguaglianza sociale:
a) La stratificazione sociale è stato usato per mostrare come la società si sia organizzata in un sistema di disuguaglianze strutturate tra i vari gruppi sociali. Per questa via la società sarebbe costituita da strati ordinati gerarchicamente dove i privilegiati sono in alto e i meno privilegiati in basso. (Giddens 2006). La stratificazione sociale sarebbe determinata da alcuni fattori quali: le risorse economiche, il genere, l’età, l’appartenenza religiosa, il prestigio e il potere.
b) La vulnerabilità sociale, concetto utilizzato più di recente per descrivere le trasformazioni in atto che determinano un senso di instabilità che colpisce ceti sociali tradizionalmente garantiti, introduce una nuova dimensione della disuguaglianza sociale che si sviluppa trasversalmente alla stratificazione sociale. Infatti la diffusione dell’instabilità reddituale, la crescita dei lavori temporanei, le difficoltà di conciliazione tra cura e lavoro (caring and working), l’esplodere della non autosufficienza toccano tutti gli strati sociali aumentando la vulnerabilità di tuti i ceti sociali (Ranci, 2007).
c) La disuguaglianza di genere è una delle dimensioni del fenomeno in oggetto più accentuate al mondo. L’Italia si caratterizza per evidenti differenze tra uomini e donne per molteplici aspetti della vita economia e sociale: lavoro, retribuzione, carriere, istruzione, salute, politica (Sartori, 2009; Casarico A. e Profeta P., 2012). Come afferma in modo provocatorio Martha C. Nussbaum (2002) “la politica internazionale e il pensiero economico dovrebbero essere femministi quindi attenti (tra l’altro) ai problemi specifici che le donne devono affrontare in quasi tutti i paesi del mondo a motivo del loro sesso. Se non si comprendono tali questioni non si possono affrontare in modo adeguato i temi generali della povertà e dello sviluppo” (p. 56).
d) La disuguaglianza di mobilità sociale che è determinata dal rallentamento della mobilità economica tra le generazioni e da un’ereditarietà delle condizioni di povertà. Quando la disuguaglianza cresce la mobilità intergenerazionale tende a ridursi. Per l’Italia si tratta di un rischio piuttosto serio, considerato il livello già molto basso di mobilità economica (Franzini, 2013).
e) La disuguaglianza nell’acceso all’istruzione e alla formazione professionale: un fattore importante nel determinare disuguaglianza economica è la variabilità nella opportunità di accesso all’istruzione degli individui. Livelli di istruzione elevati, specialmente in presenza di una forte domanda di lavoratori qualificati, portano a salari alti per coloro che li raggiungono. Coloro che non possono permettersi una istruzione, o coloro che scelgono di non perseguire livelli più elevati, normalmente ricevono compensi più ridotti.
f) La disuguaglianza nell’accesso al welfare: le politiche di welfare considerate come strumento privilegiato per ridurre le disuguaglianze prodotte dalle origini sociali e dalla partecipazione al mercato del lavoro, non sembrano più, almeno in Italia, essere capaci di assolvere a questo compito  Un’analisi dell’articolazione delle competenze dello Stato e degli enti locali mostra infatti la debolezza dell’impianto istituzionale dei diritti sociali in Italia e come i diversi sistemi di welfare di fatto finiscano per consolidare alcune dimensioni caratteristiche della disuguaglianza (Benassi D., 2012).
g) La disuguaglianza generazionale caratterizzata da: bassi salari, basso livello di sicurezza del posto di lavoro, elevati tassi di disoccupazione e bassi tassi di occupazione, mancanza di diritti sociali (es. previdenza), difficoltà a trovare alloggi. Questi sono alcuni dei fattori che mostrano come i giovani italiani vivano in una condizione di forte disuguaglianza rispetto alle generazioni degli adulti e degli anziani. Italiani.
h) Il divario digitale. Con questo termine si indica una forma di disuguaglianza che riguarda l’accesso alle nuove tecnologie della comunicazione, e in particolare ad Internet (Sartori L., 2006).

Caratteristiche della disuguaglianza economica
Le disuguaglianze economiche derivano da processi complessi, che possono essere osservati da prospettive diverse e nei quali operano, spesso in interazione tra loro, molteplici fattori: il reddito disponibile, le condizioni contrattuali, la durata dell’impiego, la frequenza dei periodi di disoccupazione, il livello dei consumi, i patrimoni, le rendite, i redditi da lavoro dei componenti del nucleo familiare. Presentiamo alcune caratteristiche di queste disuguaglianze:

  1. a) La disparità nella distribuzione del patrimonio economico (ricchezza) e del reddito tra gli individui di stessa popolazione. Esistono diversi indici numerici per misurare la disuguaglianza economica: il coefficiente di Gini, che misura la diseguaglianza in rapporto a una ipotetica distribuzione del reddito perfettamente egualitaria, è l’indice più usato. “Le curve del reddito e della ricchezza parlano chiaro: il divario tra ricchi e poveri ha raggiunto livelli esasperati e continua ad aumentare. Tra il 1980 e il 2002 la diseguaglianza tra paesi è cresciuta impetuosamente per poi diminuire leggermente per effetto della crescita dei Paesi emergenti e della Cina. Parallelamente abbiamo assistito al fenomeno della crescita del divario non solo tra i paesi, ma all’interno dei paesi, che è divenuto il fenomeno principale dell’ultimo decennio che ridisegna una inedita geografia della povertà e della diseguaglianza. (Petrelli, 2015).
  2. b) Il differenziale retributivo, ossia la disuguaglianza nei redditi da lavoro è un’importante componente della disuguaglianza nei redditi disponibili. Da questa dipende in modo diretto la disuguaglianza nelle condizioni di vita. La tendenza della disuguaglianza nei redditi disponibili a crescere nella quasi totalità dei paesi avanzati si è accompagnata ad un’analoga tendenza nella disuguaglianza dei redditi da lavoro (Franzini e Raitano 2012). In questo senso l’aumento dei working poor, sia in Italia che in Europa, è emblematico. Vanno segnalati inoltre gli studi sul differenziale retribuito tra uomini e donne che hanno evidenziato come in Italia ci siamo una forte disuguaglianza di genere. Le donne finiscono per guadagnare di meno perché sono concentrate nei settori a retribuzione bassa, nei lavori meno qualificati, nelle occupazioni a cui non è riconosciuto lo stesso valore delle occupazioni tipicamente maschili. Inoltre, le donne incontrano maggiori ostacoli nell’accesso alle posizioni apicali (ISFOL 2007).
    c) Lo studio delle carriere lavorative ha mostrato che le opportunità di mobilità verso l’alto non sono particolarmente elevate nel nostro Paese e che le modalità con cui ha luogo l’ingresso nel mercato del lavoro hanno spesso un forte impatto sulle successive opportunità di carriera. In Italia le disuguaglianze nelle carriere sono molto elevate per ciò che riguarda le donne, ancora fortemente penalizzate (dalla maternità e difficoltà di conciliare vita familiare e lavoro), e i giovani.
    d) Le diseguaglianze economiche sono in larga misura il risultato delle scelte politiche: il fatto che in alcuni paesi ci siano più o meno diseguaglianze, più o meno opportunità, che in alcuni paesi aumenti mentre in altri no (o comunque meno) non deriva dal fatto che i mercati o le leggi economiche funzionino diversamente ma dipende dalla cornice istituzionale, legale e sociale esistente che contribuisce a favorire o a contrastare la diseguaglianza (Chiappero 2015).Alcune conseguenze delle disuguaglianze economiche
    Molte disuguaglianze economiche hanno effetti di tipo sociale molto forti come quello dell’aumento della vulnerabilità e dell’esclusione sociale. Qui ci limitiamo ad analizzare alcune conseguenze sullo stesso sistema economico vedendone le ricadute politiche.
    a) Le diseguaglianze economiche inibiscono non solo i processi di crescita sociale ma anche quelli di crescita economica (Sorcioni 2015). La crescita nelle differenze di reddito fra i più ricchi e i più poveri non è solo iniqua ma fa perdere diversi punti percentuali di Pil. E’ quanto emerge dallo studio Focus on inequality and growth che ha analizzato la correlazione fra aumento nelle disuguaglianze sociali e frenata della crescita economica in 21 paesi aderenti all’OCSE, fra cui l’Italia. Inoltre le disuguaglianze incidono sulla propensione al consumo. I ricchi ce l’hanno più bassa del ceto medio, dunque se la distribuzione del reddito li favorisce lo shopping, contrariamente a quanto si potrebbe pensare intuitivamente, si deprime. E’ invece il ceto medio a consumare quasi tutto quello che ha in tasca e a spingere Pil ed economia, quando la distribuzione del reddito lo favorisce.
    b) In tutti i paesi avanzati i mercati hanno dato un forte contributo all’aggravarsi delle disuguaglianze facendole diventare inaccettabili. In assenza di interventi in grado di contenere questa tendenza la situazione è destinata a diventare sempre più grave. Ma le politiche redistributive possono rilevarsi non sufficienti; vanno affiancate a politiche pre-reditributive (preditribution) (Hacker 2011) come ad esempio misure di sostegno al reddito (es. Reis, reddito minimo garantito) e politiche fiscali che tassino le rendite e le transazioni finanziarie (Becchetti 2015), i patrimoni e riducano il costo del lavoro (Ferragina 2013).
    c) La presenza di politiche “omissive” che lasciano i problemi a se stessi finendo per contribuire a peggiorare le situazioni di disuguaglianza. Un esempio tipico quello è quello degli interventi che dovrebbero migliorare a la conciliazione tra lavoro e famiglia (Hacker 2011).

Fabio Cucculelli – 30/07/2015

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