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La dignità passa da un reddito

Da Il Fatto Quotidiano

E’ obbligo della Repubblica ed è nostra corresponsabilità costruire e promuovere soluzioni e strumenti che rispondano all’urgenza di garantire a tutti e tutte il “diritto all’esistenza”.Siamo partiti da qui cinque anni fa quando l’aumento della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese iniziava a raggiungere numeri mai visti nella storia repubblicana. La proposta di introdurre anche nel nostro paese una forma di sostegno al reddito, che abbiamo chiamato Reddito di Dignità, risponde a questa esigenza irrinunciabile. E l’abbiamo fatto non solo per quello che la Carta definisce “obbligo alla solidarietà”, ma perché convinti che l’introduzione del Reddito di dignità sia l’unica strada per garantire nell’attuale ordinamento protezione adeguata alla persona ed ai sistemi produttivi.

Quella proposta è stata costruita insieme a centinaia di associazioni, cooperative, parrocchie, comitati, istituzioni locali, centri di ricerca, cercando di valutare le esperienze migliori, i limiti ed i vantaggi. Sulla nostra proposta convergevano nello scorso Parlamento il gruppo del M5S, gli ex Sel ed una parte minoritaria del Pd. Nonostante questo, il Parlamento e i governi di questi ultimi anni hanno accuratamente evitato di discutere in Aula qualsiasi proposta. I risultati sono senza precedenti: quasi 5 milioni di persone in povertà assoluta, 9 in povertà relativa, oltre 18 a rischio esclusione sociale, 12 che hanno smesso di curarsi, 5 workingpoors, più di un milione di minori in povertà assoluta, il 48% di analfabeti funzionali, il 17,6% di dispersione scolastica. Eppure, con la crisi il numero dei miliardari è triplicato mentre le mafie continuano a fare affari ancor più di prima.

I soldi per il reddito di dignità ci sono. Abbiamo calcolato, incrociando i dati Istati con quanto stabilito dall’art.34 della Carta di Nizza, che la cifra necessaria sia intorno ai 15 miliardi. Per finanziarlo possiamo ad esempio usare i 9,1 miliardi di euro utilizzati per gli 80 euro, che non sono andati agli incapienti e non hanno avuto nessun impatto sulla domanda aggregata. Così come i 12,5 miliardi di decontribuzione fiscale regalati per il Job Act, non hanno avuto l’effetto di creare buona occupazione e potrebbero essere utilizzati diversamente. Senza nuove tassazioni ed attraverso la fiscalità generale possiamo investire come avviene in altri paesi la somma necessaria per restituire dignità a milioni di cittadini, rilanciando domanda aggregata e coesione sociale. La piena occupazione, vista come soluzione alternativa, è una presa in giro perché non è mai esistita in regime capitalistico. Contrapporre ancora il reddito al lavoro come se fossimo nell’ottocento e non ci fossero stati cambiamenti epocali è una fesseria. Reddito e lavoro possono e devono essere coniugati insieme.

C’è una relazione dunque tra aumento delle disuguaglianze, politiche di austerità, rafforzamento delle mafie, aumento della corruzione, crescita delle paure e della xenofobia. Quello che deve preoccuparci è che chiunque andrà al governo nel nostro paese ha già annunciato che continuerà con le politiche di austerità, con i tagli al sociale, con il rientro ottuso sul debito senza porsi domande del perché sia esploso proprio nel 2011. Il governatore Visco lo scorso 10 febbraio ha confermato in conferenza stampa che “nessuno toccherà il vangelo delle riforme che serve a garantire la crescita”. L’austerità serve dunque a garantire un tipo di crescita che è la più bassa d’Europa, ci fa produrre solo per le esportazioni, ci impedisce di immaginare una nuova base produttiva ecologicamente orientata, arricchisce quelli già ricchi e continua ad impoverire ceti medi e popolari.

Il tema resta in tutta la sua enormità: se si vuole fare il reddito minimo garantito o iniziare a introdurre forme di reddito di base, bisogna distaccarsi dalle politiche di austerità e riformare in maniera innovativa il welfare, rimettendo al centro le politiche sociali. L’Italia è l’unico paese nell’UE a non avere una misura di sostegno al reddito. Il Reddito di inclusione (Rei) introdotto dal governo Renzi non può essere definito come tale perchè seleziona solo una parte dei poveri assoluti senza peraltro garantire loro la realizzazione di un’esistenza libera e dignitosa, come ci dice la normativa europea sul reddito fin dagli anni ’90.

La nostra proposta in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. Ma soprattutto salvaguardia i principi irrinunciabili che caratterizzano un regime di reddito minimo garantito, così come stabilito dalle istituzioni europee, a partire dalle risoluzioni e raccomandazioni che si sono succedute dal 1992 ad oggi. Tra questi principi irrinunciabili vi sono: 1) l’individualità della misura; 2) la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento; 3) l’accessibilità per coloro che ne hanno diritto; 4) la residenza e non la cittadinanza; 5) il diritto a servizi sociali di qualità oltre al beneficio economico; 6) la durata; 7) l’ammontare del beneficio.

Su questa proposta c’è bisogno di aprire un grande dibattito dentro e fuori dal Parlamento, che sia innanzitutto non tecnico, ma su che idea di società, di civiltà e di paese vogliamo costruire. Per leggere la complessità ma anche le opportunità della fase storica in cui siamo.

Di Giuseppe De Marzo, coordinatore Rete Numeri Pari

23 aprile 2018 / by / in
NAPOLI IN CREDITO DI DIRITTI. LA RETE DEI NUMERI PARI IN PIAZZA CONTRO IL DEBITO

La rete dei Numeri Pari aderisce alla giornata di mobilitazione indetta dal Comune di Napoli contro il debito ingiusto. Napoli è la terza città d’Italia, con un milione di abitanti e una enorme quantità di contraddizioni sociali portate dal secolare peso di una questione meridionale irrisolta. Nell’ultimo decennio l’aumento delle povertà assolute e relative parli di oltre 10 milioni di donne e uomini sprofondati in condizioni indignitose. Non sono solo numeri, ma storie e volti, la maggior parte dei quali vivono nel Sud Italia.

Il peso della crisi è dettato da politiche economiche barbare che hanno scelto di sacrificare i diritti a favore del rifinanziamento delle banche e del circuito della finanza globale. Politiche che in Italia sono state frutto di scelte politiche precise e rigorosamente geo-localizzate. È il Sud il luogo che paga maggiormente il peso dei tagli ai servizi e agli enti locali e Napoli la prima città a pagare più di tutti le ingiustificabili politiche neoliberiste.

Aumentano le povertà e diminuiscono le risorse per i servizi essenziali, una contraddizione spaventosa determinata da scelte scellerate che hanno azzerato diritti, privatizzato servizi, impoverito territori. A pagare il prezzo di questa divaricazione sociale nella società sono le cittadine e i cittadini che vedono sanità, trasporti, istruzione, servizi minimi con costi eccessivi e la cui qualità è sempre più in calo. Un decennio di evidente violazione dell’articolo 3 della Costituzione: anziché rimuovere gli ostacoli di natura economica che impediscono lo sviluppo della persona si è scelto di moltiplicare tali ostacoli fino alle estreme conseguenze.

Questa è la vicenda del debito napoletano. Pensiamo, sin dalla fondazione della rete dei Numeri Pari, che il debito che grava sulle spalle dei territori e delle persone sia un fatto iniquo. La logica stessa dell’indebitamento pubblico è di per sé un concetto inaccettabile. Le amministrazioni pubbliche devono poter garantire a prescindere dalla condizione delle proprie casse, i servizi minimi.

I comuni, le strutture pubbliche, non sono aziende e non può valere la logica del debito come una colpa da espiare sulla pelle dei cittadini. Peggio è se questo debito non è prodotto né dall’attuale amministrazione comunale, né dai cittadini. La ricostruzione del terremoto degli anni ’80, l’emergenza rifiuti sono state le grandi occasioni di trasformazione delle mafie: i gruppi mafiosi grazie ai grandi gettiti di denaro statale incontrollato si sono trasformate in vere e proprie imprese dell’emergenza. Il debito che oggi grava sulle spalle delle casse comunali e che impediscono le politiche sociali minime sono frutto di due grandi speculazioni che hanno impoverito le città, costruito le periferie esterne di Napoli senza criterio e servizi, che hanno gestito nel peggiore dei modi possibili la vicenda rifiuti in Campania. È quindi allucinante che debiti milionari, gestiti da autorità commissariali negli ultimi trent’anni, poggino sulle spalle di un’amministrazione comunale che quel denaro pubblico non lo hai mai gestito.

Altro che debito! Sono i cittadini che in questi anni sono stati piuttosto in credito: di diritti, di risorse, di democrazia. Sono i cittadini di Napoli che vantano un credito da riscuotere: potere avere le stesse risorse e le stesse possibilità della altre grandi città italiane; avere il diritto di poter avere le risorse per programmare servizi pubblici di qualità e non di rincorrere continuamente e affannosamente una situazione debitoria che soffoca la città e non le permette di crescere.

La Rete Numeri Pari sarà quindi in piazza il 14 aprile al fianco del Comune di Napoli perché il Governo destini con urgenza risorse nazionali per aprire una nuova stagione di politiche sociali e culturali per la città. Napoli e i suoi quartieri ne hanno bisogno per contrastare la povertà che in questa città accresce il potere delle camorre ogni giorno, per restituire dignità a chi non ha un lavoro, futuro ai giovani in cerca di opportunità, benessere a chi ha bisogno di cure e di servizi efficienti in una così grande ed importante metropoli.

Napoli non è in debito con nessuno, tantomeno con banche e creditori privati che hanno speculato sulla città per decenni. Napoli e il Sud sono invece in credito: è il momento di riscuotere risorse, fiducia, energia, diritti, possibilità per far alzare la testa alla terza città d’Italia e darle la possibilità di correre al pari delle altre città sorelle di tutta Europa.

 

12 aprile 2018 / by / in
Appello al Parlamento: Del reddito minimo garantito non si può più fare a meno

Ciò che fino a qualche tempo fa veniva relegato nella sfera delle utopie e delle stranezze di qualche illuso sognatore, il reddito minimo garantito, oggi è divenuto uno dei temi portanti del dibattito politico e delle elezioni del 2018. Le condizioni materiali di milioni di persone, le difficoltà economiche di strati sempre più ampi di popolazione, il peso che generazioni di precari stanno subendo hanno messo in evidenza la necessità di un percorso riformatore in questa direzione.

Il ritardo del nostro Paese su questo tema è ormai insopportabile. Ci sono delle indicazioni dalle quali pare ragionevole partire, innanzi tutto dalle diverse risoluzioni europee (non ultima quella del 2017) che invitano gli stati membri ad introdurre un reddito minimo garantito, la definizione dei 20 principi e diritti dell’European Social Pillar licenziati a novembre 2017 a Göteborg nella dichiarazione congiunta sottoscritta dagli organi dell’Unione. Infatti tra i 20 punti del pilastro sociale europeo figura al numero 14 il diritto a un «adequate minimum income» (reddito minimo adeguato). L’Unione ci chiede da anni di adeguarci ai parametri sovranazionali così come recentemente anche il Consiglio d’Europa che ha lamentato la perdurante mancanza (in violazione dell’art. 30 della Carta sociale europea) di politiche efficaci di contrasto dell’esclusione sociale. Malgrado ciò l’introduzione di un reddito minimo garantito nel nostro Paese tarda a venire.

Nel corso degli anni proposte e indicazioni sono arrivate anche da ampie porzioni di società mobilitate in campagne e iniziative pubbliche che si sono confrontate con le esperienze di altri Stati europei, del dibattito internazionale e delle sperimentazioni in corso in molti Paesi nel mondo.

Da tutto ciò emerge che il reddito minimo garantito è molto di più che una elargizione caritatevole. È uno strumento in grado di riconoscere e valorizzare le storie umane, le capacità, le competenze e le aspirazioni delle persone, nella ricerca di una vita libera e dignitosa.

Chiediamo dunque al Parlamento italiano di farsi carico di questo tema e di avviare velocemente un dibattito affinché sia introdotto anche nel nostro paese almeno un reddito minimo garantito. Ormai, ancora di più dopo il voto delle elezioni politiche del 2018, il tema non può più essere disatteso. Milioni di persone hanno infatti votato anche perché questa proposta fosse realizzata.

Sappiamo che vi sono approcci diversi e che alcune forze politiche hanno già ufficializzato delle proposte. Ma le diversità di accenti che certamente sussistono possono essere superate da una discussione priva di contrapposizioni preconcette ed è doveroso che si avvii al più presto un processo legislativo in tal senso.

Per rendere ancora più ampia e trasversale la partecipazione e il confronto politico su questo tema, crediamo sia utile e necessario partire, e chiediamo alle nuove Camere di farlo, dalla proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta negli scorsi anni da un’ampia coalizione della società civile e ferma in Parlamento dal 2013 e dai 10 punti della Piattaforma per un reddito minimo garantito proposta dalla Rete dei Numeri Pari.

Siamo ben consapevoli del fatto che ogni proposta può essere migliorata, ma con altrettanta consapevolezza siamo certi che di un reddito minimo garantito non si possa più fare a meno.

Partiamo dal reddito minimo garantito per avviarci verso un concreto welfare universale.

Consiglio Direttivo Associazione per il reddito – Basic Income Network Italia – (BIN Italia)

Appello al Parlamento: Del reddito minimo garantito non si può più fare a meno

11 aprile 2018 / by / in
La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy

*Di Giacomo Russo Spena – Da Micromega

Un merito ce l’ha il Movimento Cinque Stelle: quello di aver affermato nel dibattito pubblico il tema del reddito di cittadinanza. Nello stesso momento, è fondamentale sottolineare come abbia distorto il senso originario della proposta trasformando la richiesta iniziale di un reddito minimo ed incondizionato in un mero sussidio di disoccupazione. Ma perché il reddito ad oggi è così importante? Lo spiega Roberto Ciccarelli, giornalista e filosofo, che ha appena scritto per DeriveApprodi il libro “Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale” (219 pp., 18 euro).

Un libro importante, frutto di un’elaborazione cui l’autore ha dedicato più di tre anni, nel quale sono sistematizzate le riflessioni sulle nozioni di lavoro e di valore a partire dalle forme concrete che assumono nei contesti produttivi della contemporaneità (sharing economy – gig economy, free lance – robot). Ne esce fuori un testo complesso, stratificato, con un forte taglio politico-filosofico (spinoziano), utile per capire perché il reddito – inteso come reddito di base, universale e senza condizioni – oggi vada sganciato dal lavoro perché è una delle possibili forme di remunerazione delle attività che già svolgiamo nella società e nell’economia, anche in quella digitale, non una forma di riparazione o di assistenza contro la povertà.

Queste attività sono il frutto della nostra forza lavoro, anche quando non sono riconducibili a un “lavoro” inteso come “occupazione”, “contratto a tempo indeterminato”, mentre la fabbrica non è più l’unico luogo dove si produce il plusvalore. Oggi esiste il problema di misurarlo quando si produce in contesti molto diversi. Il reddito di base fa emergere il valore di questa produzione “invisibile”, eppure assolutamente reale, di cui siamo noi i protagonisti, al di là dalle nostre appartenenze, specificità professionali e nazionali. Nella massima frammentazione in cui viviamo, ciò che ci accomuna è la nostra forza lavoro. Dal riconoscimento del suo valore “invisibile” oggi passa la nuova politica. Questa è la tesi del libro.

L’esempio di Facebook è importante per capire il senso di questa enorme trasformazione di cui siamo protagonisti. Su questa piattaforma noi utenti siamo catturati dai sofisticati dispositivi che mobilitano l’attenzione e dall’ingiunzione continua alla produzione del sé digitale – erogano lavoro-gioco, cioè valore-informazione, consente, da un lato, di evidenziare le trasformazioni della produzione di valore che si realizzano attraverso l’appropriazione di “inconsapevole” lavoro gratuito, dall’altro, di de-opacizzare le forme contemporanee di estrazione di valore-rendita.

Più tempo passiamo a mettere like o a esprimere opinioni più Facebook ci profila, acquisisce dati, li rielabora ad uso dell’offerta pubblicitaria, che è il cuore del suo business. Come dimostra il caso di Cambridge Anayitica, il nostro lavoro è usato per costruire frame interpretativi sempre più decisivi nella produzione del consenso attraverso sofisticate strategie di marketing elettorale nelle post-democrazie neoliberali della demagogia elettronica. Così, crea profitto. Un enorme guadagno su quel valore che abbiamo prodotto attraverso il nostro intrattenimento digitale.

Lo stesso avviene per i motori di ricerca, Google in primis. Ciccarelli lo descrive dettagliatamente nel suo libro. I nuovi monopoli digitali che, sfruttando la retorica idiota dell’utopia web, accumulano ricchezze su ricchezze creando nuove disuguaglianze, sfruttando ogni più piccolo aspetto delle nostre vite, producendo in modo opaco nuove strutture di potere verticistiche, più che di discussione e partecipazione paritaria. Questo gigantesco apparato in cui siamo immersi non esisterebbe senza di noi. Senza la nostra forza lavoro, la nostra intelligenza, i nostri “amici” e le relazioni che costruiamo con loro.

Ciccarelli ridefinisce questa realtà materiale del funzionamento dell’economia digitale ricorrendo alla definizione di “forza lavoro” data da Karl Marx. L’autore de Il Capitale, di cui quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario della nascita, l’ha intesa sia come capacità di lavoro, sia come facoltà produttrice di tutti i valori d’uso di una vita. Chi oggi ha capito meglio questa definizione sono i nuovi capitalisti della Silicon Valley che, attraverso le piattaforme del Web 2.0, hanno inventato un sistema che permette di sfruttare, senza intermediari, la potenza di questa forza lavoro senza tuttavia riconoscere un centesimo – o poco più – a chi lavora per loro, pur non avendone consapevolezza.

In questo libro, i robot non sono considerati un nemico. La soluzione non passa per bloccare il progresso o per il respingimento della rivoluzione digitale. Il luddismo è quanto di più lontano dalla tesi di Ciccarelli. Così come non pensa esista un’automazione indipendente dalla forza lavoro. Caratteristica principale del capitalismo delle piattaforme digitali, di tutto il capitalismo contemporaneo – spiega l’autore – è quella che con Marx si può definire la “macchina combinata” tra l’uomo e l’algoritmo. Questa cooperazione è tutta a discapito dell’uomo. Nella prospettiva di liberazione politica, contenuta nel libro, si tratta di rovesciare questo rapporto e iniziare a discutere l’uso e la proprietà delle piattaforme come degli algoritmi.

Il reddito di base è una prima risposta a questa esigenza politica. In sé non basta, perché altrimenti rischierebbe di essere una “mancia” data dai capitalisti ai loro schiavi. Occorre una politica coraggiosa che associ a una misura universalistica di reddito nuova disciplina fiscale, contro le diseguaglianze, una riforma del Welfare.

Il reddito di base, aggiunge Ciccarelli, è anche un modo per contrastare precarietà, working poor e dumping salariale. Una via per riaffermare la dignità dell’individuo. Il reddito permetterebbe di respingere ogni forma di subordinazione e afferma l’autonomia dell’essere umano. Abbiamo bisogno anche di salario, diritti sociali, tutele universalistiche e un’etica dell’autodifesa digitale.

“Alla rivendicazione puntuale di questi aspetti – scrive – va associata una prospettiva più ampia, non basta un rapporto di lavoro ben regolato per interrompere lo sfruttamento continuo di ogni aspetto della nostra vita. Vanno trovati strumenti per dare la libertà a ciascuno di rifiutare i ricatti”. E quello strumento è il reddito incondizionato. Non è una proposta né utopistica né da scansafatiche ma l’unico modo per arginare disuguaglianze, lavoro povero e precarietà. Una proposta al passo con la trasformazione delle nostre società.

Quella del reddito è una storia appassionante. In Italia la battaglia è partita da lontano, negli anni Novanta. E proviene dai centri sociali, dai movimenti che per primi hanno parlato di precariato e frammentazione del mondo del lavoro; di partite Iva, in termini di nuovi poveri e non di padroncini o meri imprenditori. Ma, poi, strada facendo, la sinistra – intesa in senso largo – ha abbandonato i temi del lavoro (e del reddito). Si è dimenticata di difendere gli ultimi della società e i ceti meno abbienti, o quando l’ha provato a fare, ha utilizzato forme vetuste, antiquate e novecentesche. Il fallimento dei sindacati è sotto gli occhi di tutti, come il prodigarsi a difendere sempre e solo il lavoratore salariato e subordinato a scapito dei precari o dei working poors.

I vuoti in politica non esistono. La battaglia sul reddito di cittadinanza – patrimonio culturale e politico della sinistra – è passata ad essere pilastro del M5S che l’ha inserito tra i propri punti programmatici. Beppe Grillo, recentemente, ha scritto sul suo blog un post dal titolo “reddito di nascita”: un reddito sganciato dalla produttività capitalistica. Ma la proposta grillina è diversa da quella originaria pensata negli anni ’90. Ha assunto quella battaglia, ma svuotandola di senso trasformando la richiesta di un reddito minimo, incondizionato, in una proposta di workfare.

Si configura, infatti, come una forma di pura assistenza per i disoccupati, condizionata all’inizio di un percorso di ricerca di un impiego. Dopo tre rifiuti, si perderebbe il diritto al sussidio. Inoltre il leader Di Maio, ultimamente, ha abbassato le pretese trasformando l’iniziativa in una sorta di espansione della Rei (Reddito di inclusione) di Renzi. Nella proposta del M5S, confermata da Pasquale Tridico, il Ministro del Lavoro in pectore del M5S, ci sarebbe l’obbligo di dimostrare che si passano almeno due ore al giorno alla ricerca di lavoro e la costrizione ad accettare alcune mansioni definite “congrue”.

Concetto discutibile. Ad esempio, un laureato in biologia è congruo che faccia il cameriere? Chi decide cosa è “congruo” o cosa no? Un illuminante film di Ken Loach, uscito nel 2016 e dal titolo I, Daniel Blake, spiega bene cosa significhi la burocratizzazione dei centri dell’impiego. A volte, un vero e proprio inferno per il cittadino.

Nell’approccio (lavorista) del M5S il reddito è vincolato a fortissime condizioni e rischia di trasformare l’esigenza di introdurre un reddito in Italia, ormai l’unico paese in Europa che non prevede tale misura, in un’occasione mancata. Anzi, rischia di peggiorare la situazione.

Il M5S ha aperto la breccia. Ora è giunto il momento di parlarne più seriamente, rilanciando una proposta più equa. A tal proposito DiEM25 ha elaborato una proposta inedita: attingere ai profitti delle grandi corporation invece che alla tassazione generale. Il punto di partenza convincente: le grandi innovazioni tecnologiche si appoggiano quasi sempre su investimenti pubblici in ricerca di base, mentre le compagnie più innovative sfruttano una produzione collettiva di ricchezza – pensiamo ai big data. I profitti che ne derivano vengono ripartiti esclusivamente fra un numero limitato di azionisti.

Il dividendo di base universale di DiEM25, invece, propone di allargare i benefici a tutta la collettività. Come? Riservando una piccola percentuale delle azioni di tutte le compagnie quotate in borsa ad un fondo comune di proprietà pubblica. Che riceverebbe, quindi, i dividendi azionari così come ogni altro azionista ogni anno, per riversarli poi alla cittadinanza in forma di reddito di base.

La strada è percorribile, c’è bisogno della volontà politica.

10 aprile 2018 / by / in
#mapparoma21 – Il voto alle elezioni politiche 2018: disuguaglianze ancora una volta decisive

Il 4 marzo si sono tenute le elezioni politiche per il rinnovo di Camera e Senato e quelle regionali per la scelta del presidente del Lazio. In questa #mapparoma analizziamo i risultati alla Camera, mentre nella successiva ci concentreremo sulla riconferma di Zingaretti alla Regione. Diversamente dal solito, oltre alle mappe mostreremo anche altri grafici per approfondire l’analisi mettendo in luce aspetti interessanti del voto, sempre su base territoriale.

Alle elezioni politiche ha votato esattamente un milione e mezzo di romani, per un’affluenza del 72%, un dato inferiore rispetto a tutte le elezioni politiche precedenti, ma superiore rispetto alle amministrative degli ultimi 10 anni. Sono state in gran parte confermate le dinamiche del voto alle comunali del 2016, che a loro volta avevano mostrato una geografia politica diversa rispetto al voto del 2013. In sintesi, la coalizione di Centrosinistra (formata da PD, +Europa, Insieme e Civica Popolare) prevale solo nei quartieri più centrali (40%) e, diversamente dal 2016, ma di pochissimo, nella periferia storica intorno all’anello ferroviario (quasi 31%, peraltro egemonizzata dal centrosinistra fino al 2013), con un andamento molto simile per PD e +Europa, nettamente decrescente allontanandosi dal centro della città. Ciò è coerente con le analisi a livello nazionale che mostrano il centrosinistra confinato nei centri urbani e una maggiore propensione al voto per il PD nelle classi medio-alte, cosicché sembra essere stata la condizione socio-economica a decidere le elezioni (ci torneremo alla fine).

Nel resto della città continua invece l’elevato consenso per il M5S, che prevale nella periferia anulare (35%) e in quella esterna al GRA (39%), con un andamento al contrario fortemente crescente allontanandosi dal centro della città, sebbene abbia perso alcuni punti percentuali rispetto al 2016, probabilmente a causa dei problemi dell’Amministrazione comunale. Questo calo è andato a vantaggio della Lega, che per la prima volta si afferma con percentuali notevoli soprattutto nelle periferie romane, e che mostra un andamento dei voti simile a quello del M5S, con il massimo fuori dal GRA. Nel complesso della città, è infatti proprio la coalizione di Centrodestra (composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia) a vincere con il 31%, con un andamento più omogeneo rispetto agli altri due poli, caratterizzato comunque da un maggiore consenso fuori dal GRA (35%) grazie a Forza Italia e Lega, e con un forte incremento rispetto alle precedenti elezioni che gli ha permesso di avere un vantaggio di mezzo punto percentuale sul M5S e di circa tre punti sul Centrosinistra.

(clicca sulle immagini per ingrandire)

Andando più nel dettaglio, con il nostro consueto livello di analisi delle zone urbanistiche, nelle quattro mappe sono riportati i voti in percentuale per i candidati uninominali di Centrosinistra, Centrodestra, M5S e LeU.

Il Centrosinistra (mappa in alto a sinistra), che in totale ha ottenuto 324mila voti pari al 28,1%, mostra le percentuali maggiori nei Municipi I e II, dove erano candidati Gentiloni e Madia, nonché nel resto dell’area all’interno o subito fuori dall’anello ferroviario, oltre all’Eur; in particolare, le zone urbanistiche migliori sono tutte centrali: Trastevere (48%, dove anche il PD ottiene il massimo con oltre il 34%), Celio (46%, dove invece è +Europa a ottenere il massimo col 12%), Aventino e Della Vittoria (45%), Flaminio e Centro Storico (44%), Salario (43%). Al contrario, il Centrosinistra scende sotto al 20% quasi ovunque fuori dal GRA, soprattutto nei quadranti est del VI Municipio (San Vittorino e Borghesiana circa 13%, Tor Cervara 14%, Lunghezza 15%, Acqua Vergine e Torre Angela meno del 16%) e ovest (Pantano di Grano e Ponte Galeria 14,5%, Boccea e Santa Maria di Galeria circa 15,5%). I partiti della coalizione sono abbastanza sovrapponibili, soprattutto per quanto riguarda PD e +Europa, le cui distribuzioni del voto nei quartieri hanno un indice di correlazione molto alto, e peraltro simile (come vedremo) anche al consenso elettorale di LeU. Vale la pena notare la peculiarità dei quartieri centrali che compongono il collegio Roma 1 dove era candidato Gentiloni, che hanno votato solo per la coalizione di Centrosinistra, senza barrare alcun simbolo di partito, in misura enormemente superiore a ogni altro collegio capitolino: a Prati e Della Vittoria quasi l’8% dei voti è andato direttamente al Presidente del Consiglio uscente, a Centro Storico e Flaminio oltre il 7%, a Trastevere ed Esquilino circa il 6,5%.

Il Centrodestra (mappa in alto a destra) ha avuto 454mila voti pari al 31,2%, con il consenso maggiore sia nelle tradizionali roccaforti “nere” di Roma Nord (II e XV Municipio), sia nelle periferie fuori dal GRA dei quadranti nord-ovest ed est (tutto il VI Municipio e le parti esterne del XII, XIII e XIV), oltre alle ville dell’Appia Antica (VIII Municipio): tra le prime Parioli (45%, dove anche Forza Italia ottiene il massimo con quasi il 23%), Tor di Quinto (quasi 44%), Acquatraversa (43%), Grottarossa Ovest e Farnesina (42%, e nella prima Fratelli d’Italia registra il massimo con quasi il 15%); tra le seconde a ovest Boccea (43%), La Storta (42%), Cesano, Pantano di Grano e Santa Cornelia (40,5%), Santa Maria di Galeria e Prima Porta (circa 40%), a est Borghesiana e San Vittorino (38%, dove è la Lega a raggiungere il massimo con il 15-16%). Il minimo per il Centrodestra si registra in alcuni quartieri centrali e nella periferia storica dove prevalgono il Centrosinistra o LeU: San Lorenzo (21%), Testaccio (22%), Trastevere (23%), Montesacro e Garbatella (circa 24%), Tiburtino Sud (24,5%), Celio e Ostiense (circa 25,5%), Gianicolense (26%), con l’unica eccezione di Malafede, fuori dal GRA nel X Municipio, dove vince nettamente il M5S. I partiti della coalizione appaiono perfettamente complementari, poiché Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno le percentuali più elevate nei quartieri benestanti di Roma Nord, mentre la Lega mostra invece una forte capacità di attrazione nelle zone periferiche con il maggiore disagio socio-economico, e soprattutto a est nel VI Municipio, con un indice di correlazione tra Forza Italia e Lega molto basso.

Il M5S (mappa in basso a sinistra) ha ottenuto 446mila voti, pari al 30,6%, con l’ormai consueta prevalenza a ridosso o fuori dal GRA, in tutti i quadranti ma in particolare nelle periferie a sud-ovest nel X e XI Municipio verso il litorale e ad est nel VI Municipio e in quelli limitrofi: tra le prime Magliana (che corrisponde all’area di Muratella, 47%), Acilia Nord (45,5%), Ostia Antica (oltre 44%), Ponte Galeria, Acilia Sud e Malafede (circa 43%); tra le seconde Romanina (45%), Lunghezza e Acqua Vergine (che corrispondono all’area di Ponte di Nona, 43-44%), Tor Cervara e La Rustica (quasi 43%). Al contrario, le percentuali più basse sono state registrate in tutti i quartieri centrali e semiperiferici, soprattutto nel quadrante nord: il minimo a Parioli (9,5%), e poi Centro Storico, Salario e Farnesina (circa 13%), Celio e Tor di Quinto (15%), Medaglie d’Oro, Aventino, Prati, Eur e Della Vittoria (circa 16%). Rispetto alle comunali 2016, il M5S ha perso consensi un po’ ovunque, come detto probabilmente a causa delle difficoltà dell’Amministrazione comunale che guida, ma se il calo è stato più consistente nei quartieri centrali (-7 punti percentuali), dove il movimento aveva preso meno voti, appare invece più contenuto nella periferia storica (-5) e anulare (-4), e soprattutto nelle sue roccaforti fuori dal GRA (solo -2,4).

Infine, LeU (mappa in basso a destra) ha ottenuto 68mila voti, pari al 4,6%, soprattutto nelle zone centrali e nella periferia storica, in maniera simile al Centrosinistra, differenziandosene però per una minore concentrazione del consenso nei quartieri a nord-ovest e maggiore in quelli a sud-est nei Municipi VII e VIII, sempre comunque all’interno del GRA. Le zone urbanistiche con le migliori percentuali per LeU sono infatti San Lorenzo (9,2%), Montesacro (8,3%), Ostiense e Garbatella (7,6%), Testaccio, Appio, Celio e Tuscolano (7,1-7,3%), Gianicolense e Latino (6,9%), Valco San Paolo, Trastevere e Grottaperfetta (6,6%), Sacco Pastore ed Esquilino (6,5%). I quartieri peggiori sono invece tutti fuori o a ridosso del GRA nei quadranti nord-ovest ed est (soprattutto il VI Municipio), oltre all’Appia Antica; tra i primi con l’1,5% Santa Maria di Galeria e con 2,1-2,4% Ponte Galeria, Cesano, Castelluccia, Magliana, Santa Cornelia, Boccea e Pantano di Grano; tra i secondi con l’1,9% San Vittorino e con 2,2-2,6% La Rustica, Borghesiana, Torre Angela, Lunghezza e Acqua Vergine.

L’analisi del voto secondo la vicinanza o meno dal centro della città è ovviamente una semplificazione, in quanto il consenso elettorale dipende dalle caratteristiche demografiche, sociali, economiche e urbanistiche dei quartieri. Per approfondire questi fattori, il grafico seguente mostra l’andamento del voto per il M5S suddividendo le zone urbanistiche in tre gruppi di uguale numerosità, secondo il livello alto, medio o basso dei vari indicatori presi in esame. Il M5S ottiene più voti dove la densità di popolazione è bassa (36%), l’incremento dei residenti è alto (40%), l’età media è bassa (39%), i componenti del nucleo familiari sono molti (39%), i laureati sono pochi (ancora 39%), il tasso di occupazione è basso (36%), il tasso di disoccupazione è alto (38%), la disponibilità di piazze per ettaro è scarsa (39%), il disagio socio-economico è alto (37,5%). Appare evidente come il M5S prevalga nei quadranti e nelle fasce urbane periferiche dove la città si espande e cresce il numero di residenti, che però si sentono “fuori” rispetto alle dinamiche sociali, economiche e culturali, in termini di istruzioneoccupazioneopportunità per i giovaniofferta di servizi e spazi pubblici e accessibilità dei trasporti, e dove di conseguenza l’indice di sviluppo umano rimane sotto la media romana.
(clicca sull’immagine per ingrandire)

Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi

NOTA: nell’analisi sono considerate solo le zone urbanistiche con più di 1000 votanti.

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Fonte: elaborazione su dati Roma Capitale – Servizi elettorali

Scarica qui il pdf di #mapparoma21

Scarica qui gli open data – Scarica qui i dati elettorali dal 2000 al 2018

Gli autori, ferme restando le loro responsabilità per i contenuti delle mappe, sono debitori nei confronti del CROMA (Centro per lo studio di Roma dell’Università Roma Tre) e di Luoghi Idea(li) per le elaborazioni, le suggestioni e gli spunti sulle attività di mappatura del territorio romano che sono state fonte di ispirazione per la nascita di questo blog.
28 marzo 2018 / by / in
“Reddito minimo garantito contro povertà ed esclusione sociale”. Intervista a Giuseppe De Marzo

In Italia 18 milioni di persone sono a rischio povertà o esclusione sociale. Sono i dati aggiornati del centro studi Cgia di Mestre, l’Associazione Artigiani e Piccole Imprese. Un rischio povertà che al sud raggiunge livelli ancor più pesanti per un paese civile: il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.
Come affrontare questa emergenza diventata ormai strutturale negli ultimi anni? Nella campagna elettorale conclusasi con le elezioni del 4 marzo scorso se n’è parlato poco e male. Ai più non interessa e quando se ne parla regna la confusione (e la malainformazione) sulle proposte per far uscire chi è povero dalla sua condizione di oppressione, sociale e mentale. Un tema balbettato dalle forze politiche ma presente nei dibattiti e nei rapporti dettagliati di tante associazioni e movimenti che, come sempre, sono ignorati dalla gran parte dei media.
Lo scorso 14 e 15 febbraio la Rete dei Numeri Pari ha promosso un seminario  ed una conferenza stampa nazionale dal titolo «I love dignità» in cui sono intervenuti vari costituzionalisti tra cui Gaetano Azzariti, e docenti come Roberto Pizzuti e Tomaso Montanari. Un appuntamento, disertato dalle forze politiche per presentare una proposta concreta e circostanziata, in dieci punti, per il diritto a un’esistenza dignitosa.
Tra i promotori Giuseppe De Marzo (nella foto), di Libera da anni impegnato nelle reti sociali.

Quando e da dove nasce questa proposta?
Sono anni che la portiamo avanti e prima di noi l’Associazione Basic Income Network che in tutto il mondo ha lanciato proposte per contrastare la crescente povertà del pianeta.

Cosa intendete per “reddito minimo garantito”?
Uno strumento per garantire un’adeguata protezione a persone a rischio di esclusione sociale, coniugando dinamismo economico e solidarietà e garantendo la sicurezza dei sistemi produttivi.

Quali sono i punti di forza?
Un reddito individuale che corrisponda al 60% della media del paese di origine. E senza condizionalità sul lavoro: il sostegno al reddito finisce quando si esce dalla condizione di povertà e di esclusione sociale.

Perché il reddito minimo garantito “incondizionato” dovrebbe funzionare meglio?
Lo dicono i principali studi socioeconomici europei e mondiali: un reddito incondizionato libera le energie dell’individuo, la sua autonomia e creatività – nonché libera dal ricatto delle mafie, di un lavoro fuori dalle regole e pertanto dal ricatto della sua condizione economica – e libera l’individuo nella ricerca imprenditoriale di nuove idee, di nuove forme di lavoro.

Una delle principali obiezioni a questa proposta è che una simile misura renderebbe l’individuo più pigro…
Un luogo comune, uno stereotipo triste sconfessato dalle stesse scienze economiche e sociali. Colui che viene liberato attraverso il reddito minimo garantito è più produttivo per la società.

E supera la propria condizione di rassegnazione a un destino ineluttabile
Proprio così. La stessa psicologia lo conferma. Nell’individuo scatta qualcosa. Si supera la rassegnazione. E si ricomincia ad avere una speranza di un futuro migliore. Senza dimenticare che se a una persona povera gli dai settecento euro al mese cambierà radicalmente la sua propensione al consumo e quindi contribuirà non poco al dinamismo economico. E’ lo stesso Word Economic Forum a sostenere che il reddito di base rende più sicura la tutela dei sistemi produttivi.

Quando costa tutto ciò e dove si trovano i soldi?
I conti li abbiamo fatti anche con l’Istat: il costo del reddito minimo garantito oscilla tra i 14 e i 16 miliardi. Dove si trovano? Nello stesso luogo dove hanno trovato i 9 miliardi per gli ottanta euro e i 13 miliardi per il jobs act che hanno avuto un impatto pressoché nullo. E’ ai meno abbienti che devi garantire un contributo economico prima ancora che a coloro che uno stipendio ce l’hanno già.

E’ questa l’unica formula possibile per affrontare la crisi?
Non è uno strumento da mitizzare né la panacea di tutti i mali ma è una proposta sociale economica e culturale forte di cui abbiamo bisogno in una crisi drammatica come questa con un terzo della popolazione a rischio di esclusione sociale, con diseguaglianze in forte aumento.

L’attuale modello di sviluppo non è in grado di garantire piena occupazione?
Assolutamente no. Per questo riteniamo che investire 15-16 miliardi attraverso il bilancio dello stato e la fiscalità generale possa garantire almeno la dignità a chi è rimasto indietro. Non ci sembra di chiedere la luna ma di rispondere ai principi espressi dalla nostra stessa Costituzione. Siamo partiti dalle parole di Stefano Rodotà: rimettiamo al centro del dibattito politico il diritto all’esistenza di ciascun essere umano.

27 marzo 2018 / by / in
DIGNITAS

Non possiamo più girarci intorno. Il conflitto in atto da dieci anni sta modificando assetti politici, culturali, economici, giuridici e relazionali, ma continua abilmente a tenere nascosta la vera posta in gioco, la domanda di fondo, per certi versi indicibile: il diritto all’esistenza va garantito a tutti e tutte? Quando un sistema economico e di regole non garantisce più i diritti di un terzo dei suoi cittadini e ne mette a rischio altrettanti, come avviene nel nostro paese, è evidente che non si pone più come obiettivo quello di garantire a tutti il diritto all’esistenza. E le visioni politiche rappresentate dalle principali forze del paese teorizzano una possibile uscita dalla crisi con gli stessi diritti conquistati nel ‘900 oppure sostengono invece che bisognerà rinunciarvi ed “accontentarsi”? La risposta è unanime, ed è la seconda. Non c’è più spazio per un pensiero politico della trasformazione, secondo i nostri gruppi dirigenti. Sono i dati dell’aumento senza precedenti della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese a confermarlo. La politica non più come strumento di cambiamento della propria condizione materiale ed esistenziale, come visione del futuro, ma semplicemente come garanzia della continuità della governance, incapace di indicare un futuro diverso e migliore per tutti. Lo confermano gli studi fatti da centri di ricerca e ong come Oxfam: le norme varate  negli ultimi dieci anni rispondono fedelmente agli interessi delle elite economiche e finanziarie. Anche qui, è inutile girarci intorno. In questa direzione ritroviamo le scelte che vanno da Berlusconi, a Monti, a Renzi, a Letta, sino ad arrivare alla coppia Di Maio-Salvini, preoccupatissima di garantire “continuità”, dopo aver strillato per anni esattamente il contrario. Strillano i capi in tv, aizzando i cittadini verso l’inesistente invasione nera, senza però spiegare di chi siano le responsabilità del peggioramento senza precedenti della nostra condizione, della scomparsa del lavoro, dell’aumento spaventoso della corruzione e dell’evasione fiscale, del rafforzamento delle mafie e dell’analfabetismo di ritorno. Abili prestigiatori nello spostare l’attenzione, asserviti alla legalità dei forti. Quando poi si governa, è il giudizio di chi li ha partoriti che va soddisfatto: quello dei mercati. Sono le nuove divinità pagane delle principali forze politiche. Ad esse si inginocchiano  sperando di non urtarne gli umori. Senza porsi domande, accettando un destino manifesto che fotografa la resa incondizionata ad un futuro di miseria e guerra per ceti medi e ceti popolari. Come la storia insegna, quando a guidare i destini rimangono in campo solo gli interessi speculativi, politici pronti a servirli ed un contesto di povertà, paura ed ignoranza. Come staranno i mercati stamattina? Una classe dirigente politica culturalmente subalterna ad un’unica visione dell’economia e della governance, priva di qualsiasi capacità di costruire alternative, ha finito per introiettare i dogmi dell’austerità a scapito degli obblighi imposti dalla nostra Costituzione, tradendola. Del resto il governatore Visco della Banca d’Italia è stato chiaro il 10 febbraio scorso in conferenza stampa: “il vangelo delle riforme non va toccato”. A conferma di quello che dicevamo, solo il dogma e la fede rimangono per spiegare la follia di voler continuare con politiche di austerità che hanno messo in ginocchio il paese ed il continente. I mercati come il verbo dei “vangeli”. Qualcuno potrebbe obiettare che in effetti la forza dei “mercati” è ormai tale che potrebbero far fallire un paese con un paio di algoritmi. Giusto: allora obiettiamo che se la politica non è in grado di distruggere un potere privato così forte e così capace di incidere negativamente nelle nostre vite, allora non serve a niente e va cambiata. Garantire a tutti la dignità ed il diritto all’esistenza attraverso politiche sociali e strumenti di sostegno al reddito già attivi in tutta Europa dal 1992 sono invece le ragioni profonde da cui siamo partiti cinque anni fa, prima con la campagna Miseria Ladra, e poi con la Rete dei Numeri Pari. Questa è la nostra idea di politica, al servizio di una civiltà fondata sul diritto all’esistenza come previsto dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei Diritti dell’Uomo. Questo è quello che ha portato centinaia di realtà ad avanzare a voce unica la proposta di istituire anche nel nostro paese una misura di sostegno al reddito che abbiamo definito Reddito di Dignità. Esattamente come avviene già in tutta Europa. L’abbiamo fatto a partire dai punti essenziali già definiti come irrinunciabili dal PE e dalla CE. Abbiamo scoperto che siamo il paese messo peggio, e che i nostri politici sono stati richiamati da anni su questo tema. Ce lo chiede l’Europa, in questo caso non ha funzionato.

Se riteniamo essenziale per la nostra cultura giuridica e per sconfiggere la crisi, garantire a tutti il diritto all’esistenza, il sistema di welfare italiano risulta inadeguato, sottofinanziato ed incapace a garantire protezione sociale a quanti ne hanno diritto. A dirlo in Parlamento già due anni fa il presidente dell’Istat Alleva. Il fatto che nessuna forza politica abbia preso a cuore la riforma del welfare nella direzione indicata dalla costituzione, partendo dai limiti denunciati dall’Istat, dimostra la resa delle classi dirigenti difronte alla necessità del modello dominante di espellere milioni di esseri umani dalla comunità della giustizia. Continuare ad aspettarsi che il prossimo governo cambierà le cose sarebbe un grave errore, avendo compreso che in questo contesto culturale a cambiare può essere solo il volto di chi guida, mentre l’abito politico rimane lo stesso ed è confezionato dal regime dall’austerità di Francoforte. Ne usciamo solo se lavoriamo per costruire una società in movimento che abbia al centro del proprio impegno la battaglia per garantire a tutti dignità. Solo questo humus può garantire la rinascita di una visione politica all’altezza della sfida posta dal tempo della crisi. A questo siamo chiamati tutti a concorrere.

Giuseppe De Marzo, resp. naz. Libera politiche sociali, Rete Numeri Pari

26 marzo 2018 / by / in