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Il voltafaccia del Movimento 5 stelle sul Reddito di cittadinanza: come doveva essere e come sarà
di Daniele Nalbone su The Post Internazionale

Roma. Gennaio 2015. Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Nunzia Catalfo. Nella sede di Libera arrivano i massimi esponenti del Movimento 5 stelle. Ad attenderli il fondatore dell’associazione antimafia, Don Luigi Ciotti, e il responsabile della campagna Miseria Ladra, Giuseppe De Marzo.

Motivo dell’incontro: gettare le basi per l’adesione del Movimento 5 stelle sulla proposta di legge sul reddito minimo garantito. Un’adesione ribadita a gran voce e con massima enfasi dal padre fondatore del M5s che, in un video al fianco di Don Ciotti e poi in un post, spiegò l’importanza di dare all’Italia una vera misura di “contrasto non solo alla povertà, ma anche alle mafie”.

> Reddito di cittadinanza, la scheda completa

Da quel momento iniziarono una serie di incontri tra gli esponenti del Movimento e quelli della campagna contro la povertà che portarono, tra maggio e giugno del 2015, 35 senatori e 91 deputati della forza politica oggi al governo a firmare le proposte della piattaforma “Miseria Ladra”.

L’obiettivo comune era quello di dare all’Italia non una semplice misura di sostegno al reddito, ma un “vero reddito”. Minimo. Garantito. Di dignità. Non certo “di cittadinanza”, come quello contenuto nel decreto approvato dal governo il 17 gennaio 2019.

A distanza di cinque anni da quell’incontro, infatti, possiamo parlare chiaramente di voltafaccia. E i motivi sono scritti nero su bianco e assolutamente evidenti leggendo cosa si erano impegnati a fare gli esponenti del Movimento e cosa hanno fatto.(

La proposta per il reddito “di dignità”, firmata da ben 126 parlamentari del Movimento, non era una promessa elettorale ma l’impegno di sostenere i punti della piattaforma per un reddito individuale (e non “familiare” com’è il reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle) e senza alcun “obbligo” di “integrazione lavorativa”.

Perché, come prevede la Relazione dell’8 aprile 2009 per la Risoluzione europea le politiche sul “coinvolgimento attivo” delle persone escluse dal mercato del lavoro non devono “sostituirsi all’inclusione sociale” e “chiunque deve per disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità, a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.

Inoltre la durata temporale del beneficio, oggi prevista in un massimo di 18 mesi, era a tempo indeterminato: “Fino al miglioramento della propria condizione economica”.

Ma il vero “voltafaccia” del reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle rispetto agli impegni presi quando era forza di opposizione riguardano la filosofia stessa della misura. Un vero reddito minimo, infatti, non ha l’obiettivo di trovare un lavoro a chi è disoccupato ma di garantire un’esistenza dignitosa a tutte le persone.

Era il 2015 quando il Movimento prese questo impegno con il mondo delle associazioni, con gli studenti, con (alcuni) sindacati. Con quella che, in parte, era la sua “base”. Cos’è successo tra il 2015 e il 2019?

In Europa, in una sessione plenaria dell’Europarlamento, quella del 24 ottobre 2017, venne approvata una proposta proprio del gruppo Efdd-Movimento 5 stelle che riprendeva l’articolo 34, terzo comma, della Carta dei diritti dell’Unione europea con la “raccomandazione” della Commissione europea del 3 ottobre 2008 (2007/867/CE) relativa all’inclusione delle persone escluse del mercato del lavoro.

Ebbene, in quella proposta il Movimento 5 stelle mise nero su bianco l’invito “ai Paesi membri” di “introdurre regimi di reddito minimo adeguati” e di “garantire l’accesso all’alloggio, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e a fornire sostegno ai bambini, ai disoccupati, alle famiglie monoparentali, ai senzatetto”.

Si parte dall’assenza del lavoro, quindi, per arrivare non all’obbligo di accettare, dopo la terza proposta, qualsiasi forma di impiego sul territorio nazionale (come previsto dal “reddito” approvato dal governo Conte) ma alla garanzia di servizi sociali e misure di contrasto alla povertà concrete.

Il Movimento 5 stelle, quando non era al governo, parlava di “libertà di scelta lavorativa”. Oggi di obbligatorietà. Spiegava il reddito (ora chiamato) di cittadinanza come “forma di contrasto alle mafie e alla povertà”. Oggi lo definisce – testuale – “misura di reinserimento nel mondo del lavoro che serve a integrare i redditi familiari”.

E ancora: Grillo parlava di 10 milioni di poveri che, con un vero reddito, si sarebbero “potuti salvare”. Oggi Di Maio parla di “aiutare 5 milioni di disoccupati” e “1 milione e 800 mila famiglie”.

https://www.tpi.it/2019/01/18/reddito-cittadinanza-m5s-voltafaccia/
18 Gennaio 2019 / by / in
Occupazione abitativa di via del Caravaggio: un incendio di solidarietà

Occupazione abitativa di via del Caravaggio: un incendio di solidarietà

Capita che i momenti reputati più tranquilli, quelli in cui è giusto e necessario abbandonarsi a se stessi e ai propri affetti e coltivare, insieme al riposo, i sogni per un mondo più giusto, contengano anche i rischi di pericoli insidiosi. Nel caso di via del Caravaggio, dove da oltre sei anni vivono 150 nuclei familiari, il rischio ha preso le sembianze di un fornello da cui si è sprigionata una scintilla che ha appiccato il fuoco in uno dei due palazzi di cui è composta l’occupazione.

Gli abitanti del Caravaggio sono intervenuti immediatamente, contenendo le fiamme grazie agli estintori di cui sono dotati tutti i piani, favorendo poi l’azione dei vigili del fuoco. Completamente sedato l’incendio, si è passati alla conta dei danni che, alla resa dei conti, sono rimasti circoscritti ad alcune stanze e hanno riguardato in modo particolare due piani. Non ci sono stati feriti e infatti, seguendo le prescrizioni dei tecnici, isolate le aree investite dalle fiamme e certificata l’agibilità del palazzo, la maggioranza delle famiglie sono potute rientrare nei propri alloggi mentre è stato possibile comunque sistemare all’interno dell’occupazione chi si è ritrovato a fare i conti con la distruzione dei propri spazi e delle proprie cose.

È stato a questo punto che la paura ha lasciato spazio ai sorrisi. Perché già alle prime luci dell’alba, via del Caravaggio è stata investita dalla solidarietà dell’VIII Municipio: associazioni e comitati, centri sociali e partiti, insieme a tanti cittadini comuni si sono prestati per fornire aiuto e per esprimere solidarietà agli occupanti. Una manifestazione di vicinanza di gran lunga superiore per intensità a quello che è stato l’incendio e che, soprattutto, parla delle occupazioni abitative come luogo di legami forti: bambini e bambine che studiano sui banchi delle scuole dei quartiere, uomini e donne che sudano gli stessi posti di lavoro, vita sociale che rimbalza dai banchi del mercato ai bar della zone, contribuendo a rendere vivo e solidale un tessuto sociale altrimenti minacciato dalla solitudine e dall’esclusione sociale.

Dopo l’incendio, già nella giornata di sabato, l’occupazione ha ospitato un’assemblea pubblica molto partecipata, che ha raccontato i fatti e organizzato il sostegno alle famiglie maggiormente colpite. In questo momento continua la raccolta di beni strumentali come letti, reti, materassi, cuscini, lenzuola, coperte, frigoriferi, armadi, piatti, bicchieri, posate, vestiti. Il Movimento per il Diritto all’Abitare e l’occupazione di via del Caravaggio ringraziano con il cuore chi ha contribuito e chi contribuirà. Con un occhio alle insinuazioni pubblicata dalla solita stampa-spazzatura, invece, che non ha perso l’occasione per incitare allo sgombero di via del Caravaggio, ribadiamo – come nel caso dell’incendio scoppiato a novembre al 4 Stelle Occupato di via Prenestina – non consentiremo che un incidente diventi il pretesto per uno sgombero. E da questo punto di vista, siamo convinti di poter dire che la stessa solidarietà espressa nel corso del momento più difficile rappresenta un grande muro popolare: l’anima di una città meticcia niente affatto disposta a rassegnarsi alle misure razzistoidi del governo gialloverde e alle speculazioni dei soliti ladri, già condannati dalla storia. L’anima di una città che continua a gridare – come ha fatto appena pochi giorni fa riempiendo la piazza del Campidoglio per protestare contro il dl Salvini – che l’unica sicurezza che ci interessa è quella che parla di casa e reddito per tutti e tutte: una sicurezza che oggi, più che mai, vive e si organizza in via del Caravaggio. Per resistere con ogni mezzo necessario ai frutti della cattiva sorte e a quelli, ben più velenosi, di una politica continuamente impegnata a rubare ai poveri per consentire a un pugni di ricchi di continuare a ingrassare.

14 Gennaio 2019 / by / in
Chi cuce il filo della speranza. La sfida delle reti sociali e solidali

DI FLORIANA BULFON

Attaccato dai gialloverdi, l’associazionismo resiste. Per fare non solo charity ma anche progetti di rilancio e di inclusione. Vi raccontiamo questo mondo che da Nord a Sud anima mercati, mense, cinema e mini imprese

Forza Buoni, l'Italia della solidarietà che non si arrende al cattivismo
Striscione presso la fabbrica occupata Ri-Maflow

Ai margini di un’enorme spianata bianca su cui sorgeva una fabbrica della morte c’è un frigorifero «da aprire solo in caso di solidarietà». È a disposizione di chi ha fame. Studenti, professionisti, massaie e migranti lo riempiono a turno. Raccolgono da chi ha troppo e condividono con chi ne ha bisogno. Nella parrocchia di Don Angelo cibo e spazio sprecato diventano risorse. Accanto al frigo, c’è una stanza per essere “Solidali dalla testa ai piedi” con un servizio di docce e lavanderia e in canonica posti per dormire, perché questa è la casa di tutti. E così un luogo di confine alla periferia di Bari, tra resti di ecomostri abbattuti, vetri antiproiettile dei covi della Sacra Corona Unita e vite umane distrutte da fibre d’amianto, diventa un rifugio di speranza.

Oltre mille chilometri più a Nord, a Boves, città martire della resistenza rasa al suolo dai nazisti, i capannoni vuoti dove un tempo prosperava un’azienda di abbigliamento ospitano una ventina di persone. «Viviamo in comunità, i miei due figli sono nati e cresciuti qui», racconta Franco Monnicchi, responsabile di Emmaus. L’ultimo arrivato è un cinquantenne piemontese, ha una casa ma non trova lavoro e prima mangiava una volta a settimana: «Solo quando andavo a cena da qualche conoscente, perché mi vergognavo di frequentare la mensa dei poveri» spiega. C’è chi ha avuto problemi con la famiglia, con l’alcool, per lo più sono italiani. «Poveri che si mettono insieme per sostenere altri poveri, senza chiedere aiuto a nessuno. Perché l’urgenza è la condivisione, è questo il messaggio del nostro fondatore Abbé Pierre», chiarisce Monnicchi. Il religioso francese, eroe della resistenza, che da benestante scelse di essere povero tra i poveri, voce dei senza speranza. È la riscossa degli ultimi, di quelli che la società ha scartato: oggi lavorano ritirando ferri vecchi, carta straccia e oggetti abbandonati nelle cantine, si mantengono rivendendo quello che buttiamo via e riescono anche a donare agli altri. Negli ultimi anni hanno costruito un negozio e persino un baby parking.

Progetti di solidarietà che nascono dal basso. Una geografia della speranza che grida sottovoce e tenta di ricucire le ferite che portano all’ esclusione sociale. Ci credevamo un Paese ricco: «Ma quale crisi, i ristoranti sono sempre pieni!», proclamava da Palazzo Chigi Silvio Berlusconi. Invece in Italia la povertà ha assunto un carattere strutturale. I “Miserabili” del nuovo millennio sono oltre 5 milioni, il valore più alto da quando l’Istat lo censisce. Gente con livelli di vita inaccettabili: non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata, vestiti, istruzione, salute. È la condizione di una famiglia su venti, ma quando si guarda ai migranti allora saliamo a una su tre. La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso.

Eppure c’è chi non si rassegna e lotta per sostenere i più fragili. Dalle comunità che accolgono le donne vittime di violenza alla casa dei gesuiti, la prima in Italia, che sulle colline torinesi ospita i papà rimasti soli con i loro figli.

Un’esigenza che ribalta l’ottica per cui siano in difficoltà solo le mamme e che accoglie l’invito di papa Francesco ad utilizzare i beni della Chiesa per dare un servizio a chi ne ha bisogno. Percorsi per riprendere i fili delle proprie vite e trovare un’alternativa al naufragio. E poi famiglie che s’incontrano e si confrontano, perché solo attraverso un cammino comune è possibile scoprire il modo per superare le crisi e afferrare il futuro. Uno scambio che non aiuta solo chi riceve. E cosi un ingegnere con i figli già all’università dedica i suoi due pomeriggi liberi ad Ahmed, un ragazzino marocchino a cui la matematica non piace, mentre i settantenni Franco e Maria sono diventati i nonni della piccola Giulia perché i loro nipoti vivono all’estero e li vedono di rado.

Accade in Veneto e uno dei promotori è lo psicoterapeuta Pasquale Borsellino. «È capacità di reagire alle condizioni avverse insieme, si attiva la resilienza comunitaria. Io stesso ne sono un testimone», constata. La sua storia personale è drammatica. Suo fratello Paolo è stato ucciso a fucilate nel 1992, pochi mesi dopo è toccato a suo padre Giuseppe che si batteva per trovare un nome agli assassini del figlio. I Borsellino volevano solo lavorare nella loro terra, in quella Sicilia dove Cosa nostra non consente ribellioni. La mafia si fa forte nei quartieri abbandonati dalle istituzioni, dove trova terreno fertile per espandersi e arricchirsi. Tanti insegnanti dallo Zen di Palermo alla periferia di Roma vogliono sconfiggerla mostrando un futuro diverso a quei ragazzini che sognano un futuro da boss e gridano «i negri non li vogliamo».

Combattono una guerra tra poveri che spiana la strada alla criminalità e al razzismo, unite nello slogan “prima gli italiani” che piace tanto pure ai boss. Con loro associazioni che accolgono costruendo insieme ai migranti. Una contaminazione fatta di partecipazione da Ventimiglia a Taranto, fino a Como. Ci sono giovani figli di emigrati che tornano in Italia. Come Giulio Vita che ha scelto la Calabria, sfidando gli indicatori statistici che la segnalano come una terra senza futuro: «Quando sono arrivato ho aiutato subito i rifugiati perché nelle loro storie ho trovato quella di mio nonno che ha preso una barca per il Venezuela senza conoscere né la lingua, né le tradizioni, né la cultura del Paese che lo avrebbe ospitato» racconta. Giulio ha in tasca l’idea di riportare il cinema ad Amantea e riesce a mettere in piedi una mostra e persino una residenza cinematografica per registi internazionali e rifugiati, dando lavoro anche a tanti ragazzi calabresi.

«Per tre anni abbiamo vinto un bando per contribuire alla valorizzazione e alla diffusione delle culture dei migranti residenti in Italia, senza alcuna raccomandazione» spiega, ma aggiunge: «Ora il ministro Alberto Bonisoli l’ha eliminato ma non ci rassegniamo: faremo la IV edizione di la Guarimba CinemAmbulante con o senza fondi pubblici». Nella lingua degli indios venezuelani “guarimba” significa posto sicuro e in un periodo in cui vengono alzati muri e confini, in questo piccolo borgo, si fondono e crescono storie ancorate alla realtà. Come i quattordici minuti raccontati dal regista di origini egiziane Mohamed Hossameldin. “Yousef” è uno chef, cittadino italiano ma con la pelle scura. È integrato, ha successo, ma quando deve decidere se aiutare chi ha subito violenza o fuggire è sopraffatto dal dubbio, teme di essere accusato ingiustamente. Ci si immerge in una crisi personale che dà un senso di vertigine. In scena c’è la paura dei migranti davanti al persistere dei pregiudizi e il cinema diventa un forma di riscatto.

Come quello che parte da Casale Caletto, periferia dimenticata della Capitale dove si insegnano i mestieri dello spettacolo come diritto all’inclusione. «Ho vissuto quasi tutta la vita dentro quattro mura» racconta con ironia Mirko Frezza presidente del comitato di quartiere «ma poi ho deciso di fare il bravo». Diventa attore. Lui, 40 anni, capelli lunghi, barba, un corpo tatuato e un passato tra galera e voglia di riscatto, in questo quartiere di amara esistenza è nato e cresciuto. Qui insegna ad altri a guadagnarsi l’opportunità di un posto di lavoro e insieme a Paola Da Grava gestisce un centro che offre 1.650 pasti al mese e raccoglie cibo con un banco alimentare. Tutto senza sovvenzioni. «Ci lavorano volontari, la benzina la mettiamo a turno. C’è anche uno sportello per le donne, a breve avremo degli psicologi per i bambini affetti da autismo» sottolinea mostrando il suo mondo alle telecamere de “I Dieci Comandamenti” di RaiTre. Un centro che è diventato un punto di riferimento tra palazzoni popolari e generazioni abbandonate a se stesse. «Proviamo a tenere pulite le strade, ripariamo tubature, aggiustiamo ascensori, insomma ci sostituiamo alle istituzioni» risponde Frezza.

Riprendersi spazi, lavoro, dignità. A Trezzano sul Naviglio centinaia di operai hanno recuperato la fabbrica chiusa e l’hanno riconvertita. «La scelta era se lasciarci ammazzare, o provare a resistere alla crisi, producendo reddito, in un territorio dove la disoccupazione è altissima, ma le professionalità ancora tante e vive», spiegano. E così i 30 mila metri quadri di capannoni della Rimaflow non sono rimasti uno scheletro industriale. Ma le istituzioni non vengono in aiuto, anzi: sull’iniziativa pende un’ordinanza di sgombero. Gli hanno solo concesso una proroga: lo sfratto è stato rinviato al prossimo aprile.

«Abbiamo fatto della legalità un idolo, dimenticando che non è il fine ma il mezzo: il fine è la giustizia sociale. La legalità da sola è una parola vuota», dice don Luigi Ciotti. Insieme a Giuseppe De Marzo, economista laico che fa parte dell’associazione del premio Nobel Amartya Sen, ha unito più di seicento realtà sparse per il Paese, dai centri antiviolenza ai movimenti per il diritto alla casa, nella Rete dei Numeri Pari. «In dieci anni la povertà nel nostro Paese è triplicata, frutto di politiche sbagliate. Anche questo governo sta tradendo le promesse, ha aumentato l’aspettativa dei ceti in difficoltà e creato senso di rancore. Di fatto manca un’opposizione e così alla fine molte persone non si sentono rappresentate», analizza De Marzo.

Provano allora a mettere insieme le esperienze dal basso. Quelle che spingono a riconoscersi come cittadini e riappropriarsi dei diritti negati. Negli Stati Uniti il tema dell’ineguaglianza si è imposto al centro del dibattito. Lara Putnam e Theda Skocpol hanno pubblicato una ricerca in cui mostrano come molte donne entrate recentemente in politica non siano solo ispirate dal movimento spontanei come il MeToo ma siano spesso il frutto di un percorso, di una partecipazione in reti civiche locali fuori dai circuiti del partito democratico.

E questa è la speranza per le democrazie occidentali: un movimento con radici nuove e idee aperte, capace di spazzare via l’onda dei populismi e dei sovranismi. Ricominciando proprio da quella crisi economica che ha spezzato le reti sociali e la solidarietà.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2019/01/08/news/forza-buonisolidarieta-cattivismo-1.330260

10 Gennaio 2019 / by / in ,
Ma quale governo del cambiamento?

Più che il governo del cambiamento, questo è il governo della restaurazione: tradisce la democrazia, non ascolta i corpi sociali intermedi, alimenta la rabbia e il rancore delle persone dando speranza solo attraverso la colpevolizzazione delle fasce più impoverite e attuando misure di workfare assistenziale. Prima sostenevano i comitati contro le grandi opere, per la riconversione ecologica, l’acqua pubblica e per “rifiuti zero”, oggi apre discariche, privatizza, si genuflette alle politiche di austerità, effettua tagli al sociale e all’istruzione ampliando, di fatto, la zona grigia in cui operano le mafie.

Mai nella storia italiana abbiamo assistito a un ribaltamento così grande della prospettiva politica di un governo, riscontrando un abisso tra quelle che erano le promesse fatte in campagna elettorale e le politiche messe in campo in piena continuità con il passato.

20 Dicembre 2018 / by / in
L’energia delle lotte illumina il 4 Stelle!

Il 10 novembre un incendio si è sviluppato nell’ex hotel 4 Stelle, danneggiando una piccola parte dell’immobile.
I vigili del fuoco hanno dichiarato l’intera struttura inagibile dal punto di vista impiantistico, ma nonostante il distacco dell’acqua e della luce gli abitanti si sono organizzati per resistere, grazie anche alla tanta solidarietà ricevuta.

Dal 6 dicembre 2012, l’hotel 4 Stelle è abitato da circa 500 persone, di cui 150 minori molti nati proprio lì, in lotta per il diritto all’abitare. Nel clima di guerra ai poveri che si respira in questa città, l’incidente avvenuto potrebbe accelerare le procedure di sgombero nei confronti di persone che non chiedono assistenzialismo ma rivendicano il diritto alla casa, a un lavoro non sfruttato, al reddito, alla dignità.

Per ringraziare tutt* della solidarietà ricevuta, per festeggiare i 6 anni di occupazione e per continuare a sostenere le bambine e i bambini, le donne e gli uomini del 4 Stelle vi invitiamo a partecipare alla giornata del 2 dicembre costruendola insieme, con il contributo che ognun* ha voglia di dare!

Fai la tua parte, porta la tua arte!

#4StelleResiste #stopsgomberi #stopdistacchi #indivisibili

https://www.facebook.com/events/2004030886344779/

30 Novembre 2018 / by / in ,
Sei 1 di noi | 1° dicembre manifestazione cittadina a Roma

Sei un fioraio egiziano che si spacca la schiena per portare a casa 600 euro al mese e, un giorno qualunque, vieni aggredito solo per il colore della tua pelle?

Sei uno di noi.

Sei una madre costretta a occupare un bene pubblico dismesso perché sei in attesa da anni di una casa popolare?

Sei una di noi.

Sei un giovane ragazzo obbligato a pedalare per tutta Roma, ricevendo una paga di 4 euro a consegna senza alcuna tutela?

Sei uno di noi.

Sei socia di cooperativa che, dopo lo scandalo di Mafia Capitale, si sente additata come criminale anche se si fa in quattro dalla mattina alla sera a fianco dei più deboli?

Sei una di noi.

Sei un laureato costretto al lavoro gratuito e la tua unica prospettiva è l’emigrazione?

Sei uno di noi

Sei una donna che non può permettersi un figlio e che rotola tra dieci lavoretti?

Sei una di noi

Sei un abitante di questa città costretto ad aspettare un anno per un’ecografia in un ospedale pubblico?

Sei uno di noi.

Sei una rifugiata che ha affrontato l’inferno libico e, dopo aver subito la mala-accoglienza, è stata sgomberata dall’ abitazione in cui aveva creato esperienze di autogestione e mutualismo con la propria comunità?

Sei una di noi.

Sei una persona che ne ama un’altra dello stesso sesso e hai sempre più paura a camminare per strada mano nella mano?

Sei una di noi.

Sei nato o cresciuto in Italia ma non hai la cittadinanza per la mancata riforma della legge?

Sei uno di noi.

Sei una maestra che prova a creare esperienze di convivenza e solidarietà in una delle tante scuole meticce della metropoli romana?

Sei una di noi.

Sei un commerciante romano che resiste alla violenza delle Mafie, che vorrebbero costringerti a pagare il pizzo?

Sei uno di noi.

Sei costretta alla falsa partita IVA, al lavoro a somministrazione, alla precarietà permanente?

Sei uno di noi

Sei la mamma di una bambina rom che, mentre passeggiava, ha visto la propria piccola colpita alla schiena da una pistola ad aria compressa?

Sei una di noi.

NOI SIAMO QUESTI
Quelli che tentano di sopravvivere in una città piena di disuguaglianze e miseria.

Quelli che resistono, facendo le capriole per far quadrare i conti.

Non cadiamo nella trappola di considerare causa dei nostri mali chi sta peggio di noi o chi è nato altrove, perché sappiamo di essere dalla stessa parte.

NOI NON SIAMO
Gli imprenditori dell’odio e del rancore che soffiano sul razzismo e rievocano il fascismo.

I grandi costruttori e le Mafie che saccheggiano le nostre città.

Le multinazionali e la finanza che sfruttano il nostro lavoro e speculano sui nostri soldi.

Quelli che, raggiunti i luoghi di governo, distruggono i servizi pubblici e dimenticano i beni comuni.

I grandi potentati economici che arricchiscono i ricchi e impoveriscono i poveri.

Chi usa il potere, l’odio e il rancore per nascondere e non risolvere i nostri problemi sociali ed economici, non ci inganna.

COSA VOGLIAMO? DIGNITÀ E GIUSTIZIA SOCIALE
Eguaglianza, solidarietà, pari opportunità, partecipazione e accoglienza sono i principi in cui crediamo e che rivendichiamo.

La sicurezza che cerchiamo è innanzitutto quella economica e sociale: lavoro, reddito e casa dignitosi. Una scuola e una sanità pubbliche, universali e efficienti. Verde e spazi sociali per i nostri bambini.

Una città libera dalle Mafie e dai grandi poteri finanziari ed economici.

Una società libera da ogni tipo di discriminazione e di razzismo, secondo i principi conquistati dalla Resistenza, sanciti dalla Costituzione e smarriti dalla Repubblica.

Per questo chiediamo a tutti e tutte di prendere parola, di uscire dalle case e dai luoghi di lavoro; di incontrarci per conoscerci e riconoscerci sabato 1 dicembre in un corteo che partirà da Piazza della Repubblica alle ore 14:00

https://sei1dinoi.org/

30 Novembre 2018 / by / in , ,
“Sei 1 di noi” 30/11 incontro pubblico su Servizi e sicurezza sociale

Che cos’è e chi riguarda la sicurezza sociale? Quali scelte politiche richiede, per essere garantita? Chi può contribuire a rafforzarla?
Queste alcune delle domande che ci poniamo e su cui vogliamo confrontarci in questa assemblea cittadina.

Definire una spesa per i servizi sociali, adeguata al livello di disagio che oggi esprimono tutti i territori della città, significa ripensare alle priorità. Il crescente approccio assistenzialista delle politiche messe in campo e i pesanti tagli previsti per i servizi alla persona, a partire da quelli per l’integrazione, delineano uno scenario futuro più che preoccupante.

Alto sarà il prezzo che la società pagherà in termini di rischi per la sicurezza, se non si sostengono adeguatamente fragilità sociali e non si investe su azioni di prevenzione. Assistiamo sempre più ad un rilevante passo indietro sulle tante buone pratiche che, in questi
anni, le Organizzazioni del sociale hanno messo in piedi. I grandi cambiamenti sulla spesa sociale devono avvenire a livello nazionale ma, già oggi, è necessario mobilitarsi per far crescere la partecipazione sul territorio cittadino e sollecitare i necessari ed urgenti cambiamenti, che da subito si possono attivare.

Le Organizzazioni del sociale sono certe di di poter dare quel contributo essenziale, per declinare il termine sicurezza con adeguate azioni ed interventi nei servizi sociali.

Ne parleranno con:
FRANCESCA DANESE Forum del Terzo Settore
MARIO GERMAN DE LUCA CESV
GIUSEPPE DE MARZO Libera
DON NICOLA DI PONZIO Vice parroco s. Giustino
MASSIMO MARTORANA Il Trattore cooperativa sociale
CONCETTA RICCO Cospexa cooperativa sociale
MAURIZIO SIMMINI Iskra cooperativa sociale
CLAUDIO TOSI Cemea
ANNA VETTIGLI Legacoopsociali Lazio

Verso la manifestazione del 1 dicembre: https://www.facebook.com/events/292793531443977/

Evento fb assemblea 30 novembre: https://www.facebook.com/events/331434274335326/

30 Novembre 2018 / by / in , ,
Il 9 novembre Terra! presenta l’Orchestra dei braccianti

Da oggi Terra! abbraccia una nuova sfida: combattere il caporalato con l’arma della musica. Nasce così l’Orchestra dei braccianti, un nuovo progetto che riunisce musicisti, lavoratori agricoli e migranti di varie nazionalità uniti dal forte legame con la terra.

In questi anni abbiamo portato avanti ricerche e campagne sui temi dell’agricoltura delle filiere alimentari, per denunciare le cause dello sfruttamento del lavoro nei campi e l’insostenibilità di un’industria che troppo spesso produce povertà, segregazione e diseguaglianza. Con l’Orchestra dei braccianti vogliamo dare voce a chi subisce gli impatti sociali di un sistema iniquo, a chi vive nei ghetti, a chi si batte per i diritti dei lavoratori della terra.  

In ricordo di Giuseppe Di Vittorio e nella settimana di celebrazione dei 61 anni dalla sua scomparsa, il 9 novembre 2018 l’orchestra terrà il suo primo concerto a Cerignola, presso il Teatro Mercadante (Piazza Matteotti 1). Due spettacoli gratuiti – uno per le scuole alle 10.30, uno per il pubblico alle 20.30 con prenotazione obbligatoria a eventi@terraonlus.it – apriranno il percorso di questa formazione artistica, che andrà completandosi nei prossimi mesi. Ad oggi ne fanno parte 16 elementi di 9 nazionalità diverse: Italia, Francia, Gambia, Ghana, Nigeria, Libia, Tunisia, India e Stati Uniti. Grazie alla loro musica  vogliamo raccontare le storie di chi ieri e oggi, in diverse parti del mondo, lavora la terra. La narrazione viaggerà sulle note delle musiche tradizionali, dei ritmi e delle melodie dai cinque continenti. Ciascuno darà il proprio contributo con il suo strumento, la sua voce, la sua memoria, alla costruzione di una nuova comunità armonica e solidale.

L’Orchestra dei braccianti, sostenuta dal Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo S.p.A., si inserisce all’interno del progetto “Voci Migranti“, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. L’evento di lancio ha ottenuto la partnership delComune di Cerignola e della Flai-Cgil. Ha sposato inoltre il progetto Salvatore Villani, musicista, etnomusicologo e direttore del Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata.

6 Novembre 2018 / by / in