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Compie un anno il progetto “Abbraccia una mamma”, sinergia Gruppo Abele /Abit

La macchia ‘allegra’ impressa sulle confezioni del latte è diventata ormai familiare a tanti torinesi che ormai, oltre al simbolo, hanno imparato anche a conoscere il progetto di solidarietà che c’è dietro. Non per altro don Ciotti, nel tenerlo a battesimo, lo definì “Un marchio che parla, che dà voce a chi è ai margini”. Compie un anno in questi giorni Abbraccia una Mamma, iniziativa nata dalla sinergia tra l’Associazione Gruppo Abele e Abit, cooperativa lattiero casearia facente parte della Trevalli Cooperlat. Le due realtà hanno messo a sistema le rispettive forze e vocazioni per offrire un aiuto concreto a mamme che vivono situazioni di vulnerabilità e disagio economico: sono in tutto 80 i nuclei mamma-bambino in difficoltà che nel corso del 2018 sono stati inclusi nel progetto e che ogni settimana hanno potuto beneficiare di un pacco spesa consistente in due buste di prodotti lattiero-caseari freschi, per un totale di 6.880 pacchi distribuiti. Nello specifico, le realtà che hanno ricevuto i pacchi e che continueranno a beneficiare di questo progetto sono: la Drop house, centro diurno per donne in condizioni di vulnerabilità; la comunità famiglie Il Filo d’Erba; la comunità genitore-figlio, struttura che accoglie donne con minori in uscita da percorsi di violenza; le attività di Genitori e Figli, progetto che mira a creare spazi di incontro e di sostegno tra famiglie;  Progetto Mamma+, madri sieropositive insieme ai loro figli nel primo anno di vita che vivono in una condizione di isolamento e disagio socio-economico.

 “Quello di cui stiamo parlando non è solo un freddo numero – specifica Beatrice Scolfaro, vicepresidente del Gruppo Abele – ma un indice umano che ci parla di una società indebolita e sfibrata dalle difficoltà, fatta di individui cui spesso manca tutto, finanche le basi della sopravvivenza”. E in effetti l’obiettivo del progetto non è solamente quello di rispondere ad alcune esigenze essenziali, ma anche di garantire un’alimentazione quanto più sana possibile, spezzando l’assioma secondo cui a un tasso maggiore di povertà debba coincidere una minore qualità di consumo. “L’alimentazione è un diritto essenziale. Mangiare e mangiare sano è ciò che assicura la base per una vita più degna di questo nome”, la chiosa di Scolfaro.

 Abbraccia una mamma prevede una durata triennale e, oltre alla distribuzione di prodotti lattiero caseari di prima necessità, prevede anche l’attuazione di iniziative di formazione professionalizzanti, lezioni di educazione familiare e visite in fattoria. In questo primo anno sono stati anche realizzati bagnetti per bambini presso la sede del Gruppo Abele e allestita una sala merenda con tavolini e seggioline a misura dei più piccoli. “Veniamo dal mondo e dalla cultura contadina e i valori, della cooperazione, della solidarietà e della responsabilità sociale rientrano nel nostro dna di impresa – commenta Paolo Fabiani, vicepresidente Trevalli Cooperlat – Vogliamo mettere a disposizione dei territori in cui operiamo la nostra esperienza e competenza, dando un contributo per la crescita, anche sociale, delle nostre comunità”.

8 Febbraio 2019 / by / in
Parte a Firenze il progetto “Buono Notte”, un fondo di solidarietà per le persone escluse dalla rete di accoglienza

Un fondo per sostenere chi è stato escluso dal sistema dell’accoglienza per effetto del decreto sicurezza. Così l’associazionismo fiorentino, con in testa Arci Firenze, Anelli Mancanti, Anpi Firenze, Cgil Firenze, Libertà e Giustizia Firenze, Rete Degli Studenti Medi di Firenze, si mobilita e inaugura la raccolta fondi “Buono Notte”.

Il 9 gennaio scorso queste sigle sono state le prime firmatarie della lettera appello ai sindaci dell’area metropolitana fiorentina sugli effetti negativi del decreto Salvini, cui poi si sono aggiunte oltre sessanta enti e associazioni e moltissimi cittadini.

Ora le associazioni decidono di dare concretezza all’appello venendo in sostegno di chi in questo momento si trova escluso dal sistema di accoglienza, senza per questo volersi sostituire agli obblighi e alle competenze proprie delle Istituzioni.

Nella sola città di Firenze, infatti, è significativo il numero di persone rimaste – per varie ragioni – fuori dal sistema di accoglienza prefettizio dei Centri di Accoglienza Straordinaria e che, quindi, si trovano costrette a dormire all’addiaccio. Per questo motivo, fanno sapere le associazioni, “abbiamo ritenuto opportuno e doveroso creare il ‘Buono Notte’, un fondo di solidarietà per dare loro la possibilità di dormire al caldo almeno per qualche notte. Una piccola iniziativa, ma concreta, che ci auguriamo sia solo il primo passo di quel lungo percorso che dobbiamo intraprendere – singoli o associati – camminando gli uni al fianco degli altri, per la tutela e la difesa dei diritti di tutti e di ciascuno, senza distinguo basati sul luogo in cui siamo nati, sul colore della nostra pelle, sulla storia del nostro Paese o su ciò in cui crediamo. Il decreto Salvini rappresenta, a nostro avviso, una minaccia proprio per questi diritti fondamentali e la sua attuazione rischia, nell’immediato futuro, di provocare conseguenze ancora più gravi”.

Per rendere questa iniziativa il più efficace possibile è partita in questi giorni una vera e propria raccolta fondi, rivolta ad altre associazioni e a singoli cittadini, cui viene chiesto di donare una cifra a propria discrezione per contribuire a offrire a chi è costretto a dormire per strada, un luogo dove trascorrere qualche notte al riparo dal gelo.

Sostenere il progetto è semplice: nei loro canali le associazioni promotrici garantiranno la massima trasparenza su tutte le informazioni relative all’utilizzo dei fondi raccolti, pertanto, una volta effettuato il bonifico per la donazione, sarà necessario inviare una copia della contabile all’indirizzo firenze@arci.it, così da poter aggiornare i numeri relativi alle sottoscrizioni e rendere pubblica la lista dei sostenitori.

Arci Firenze gestirà il conto corrente bancario su cui dovranno confluire le donazioni, mentre l’associazione Anelli Mancanti si occuperà dell’individuazione e dello smistamento dei fruitori del fondo in questione, presso ostelli o altre strutture ricettive private.

Invitiamo le unità di strada o chi conosce persone che hanno il bisogno immediato di un posto letto, di seguire questo iter per la segnalazione:   

1)    Chiamare il numero telefonico +39 334 9850793 attivo tutti i giorni dalle 19.00 alle 23.00;
2)    Il referente che risponde al telefono chiamerà la struttura convenzionata per chiedere la disponibilità di un posto letto e in caso positivo, fare la prenotazione;   
3)    Il referente poi richiamerà chi ha fatto la segnalazione, in modo che questo possa accompagnare chi ha bisogno alla struttura indicata.

Ecco i riferimenti per effettuare le donazioni:

IBAN: IT98E0501802800000016781007
intestato ad Arci Comitato territoriale di Firenze
causale: gestione raccolta fondi per emergenza freddo.

28 Gennaio 2019 / by / in
Il voltafaccia del Movimento 5 stelle sul Reddito di cittadinanza: come doveva essere e come sarà
di Daniele Nalbone su The Post Internazionale

Roma. Gennaio 2015. Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Nunzia Catalfo. Nella sede di Libera arrivano i massimi esponenti del Movimento 5 stelle. Ad attenderli il fondatore dell’associazione antimafia, Don Luigi Ciotti, e il responsabile della campagna Miseria Ladra, Giuseppe De Marzo.

Motivo dell’incontro: gettare le basi per l’adesione del Movimento 5 stelle sulla proposta di legge sul reddito minimo garantito. Un’adesione ribadita a gran voce e con massima enfasi dal padre fondatore del M5s che, in un video al fianco di Don Ciotti e poi in un post, spiegò l’importanza di dare all’Italia una vera misura di “contrasto non solo alla povertà, ma anche alle mafie”.

> Reddito di cittadinanza, la scheda completa

Da quel momento iniziarono una serie di incontri tra gli esponenti del Movimento e quelli della campagna contro la povertà che portarono, tra maggio e giugno del 2015, 35 senatori e 91 deputati della forza politica oggi al governo a firmare le proposte della piattaforma “Miseria Ladra”.

L’obiettivo comune era quello di dare all’Italia non una semplice misura di sostegno al reddito, ma un “vero reddito”. Minimo. Garantito. Di dignità. Non certo “di cittadinanza”, come quello contenuto nel decreto approvato dal governo il 17 gennaio 2019.

A distanza di cinque anni da quell’incontro, infatti, possiamo parlare chiaramente di voltafaccia. E i motivi sono scritti nero su bianco e assolutamente evidenti leggendo cosa si erano impegnati a fare gli esponenti del Movimento e cosa hanno fatto.(

La proposta per il reddito “di dignità”, firmata da ben 126 parlamentari del Movimento, non era una promessa elettorale ma l’impegno di sostenere i punti della piattaforma per un reddito individuale (e non “familiare” com’è il reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle) e senza alcun “obbligo” di “integrazione lavorativa”.

Perché, come prevede la Relazione dell’8 aprile 2009 per la Risoluzione europea le politiche sul “coinvolgimento attivo” delle persone escluse dal mercato del lavoro non devono “sostituirsi all’inclusione sociale” e “chiunque deve per disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità, a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.

Inoltre la durata temporale del beneficio, oggi prevista in un massimo di 18 mesi, era a tempo indeterminato: “Fino al miglioramento della propria condizione economica”.

Ma il vero “voltafaccia” del reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle rispetto agli impegni presi quando era forza di opposizione riguardano la filosofia stessa della misura. Un vero reddito minimo, infatti, non ha l’obiettivo di trovare un lavoro a chi è disoccupato ma di garantire un’esistenza dignitosa a tutte le persone.

Era il 2015 quando il Movimento prese questo impegno con il mondo delle associazioni, con gli studenti, con (alcuni) sindacati. Con quella che, in parte, era la sua “base”. Cos’è successo tra il 2015 e il 2019?

In Europa, in una sessione plenaria dell’Europarlamento, quella del 24 ottobre 2017, venne approvata una proposta proprio del gruppo Efdd-Movimento 5 stelle che riprendeva l’articolo 34, terzo comma, della Carta dei diritti dell’Unione europea con la “raccomandazione” della Commissione europea del 3 ottobre 2008 (2007/867/CE) relativa all’inclusione delle persone escluse del mercato del lavoro.

Ebbene, in quella proposta il Movimento 5 stelle mise nero su bianco l’invito “ai Paesi membri” di “introdurre regimi di reddito minimo adeguati” e di “garantire l’accesso all’alloggio, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e a fornire sostegno ai bambini, ai disoccupati, alle famiglie monoparentali, ai senzatetto”.

Si parte dall’assenza del lavoro, quindi, per arrivare non all’obbligo di accettare, dopo la terza proposta, qualsiasi forma di impiego sul territorio nazionale (come previsto dal “reddito” approvato dal governo Conte) ma alla garanzia di servizi sociali e misure di contrasto alla povertà concrete.

Il Movimento 5 stelle, quando non era al governo, parlava di “libertà di scelta lavorativa”. Oggi di obbligatorietà. Spiegava il reddito (ora chiamato) di cittadinanza come “forma di contrasto alle mafie e alla povertà”. Oggi lo definisce – testuale – “misura di reinserimento nel mondo del lavoro che serve a integrare i redditi familiari”.

E ancora: Grillo parlava di 10 milioni di poveri che, con un vero reddito, si sarebbero “potuti salvare”. Oggi Di Maio parla di “aiutare 5 milioni di disoccupati” e “1 milione e 800 mila famiglie”.

https://www.tpi.it/2019/01/18/reddito-cittadinanza-m5s-voltafaccia/
28 Gennaio 2019 / by / in
C.A.R.A. CASTELNUOVO DI PORTO: LA DIGNITÀ NEGATA PER LEGGE – Comunicato stampa Legacoopsociali Lazio

A poco più di un mese dalla conversione in legge del “Decreto Sicurezza”, il C.A.R.A. di Castelnuovo di Porto, il secondo più grande d’Italia, è in via di chiusura. Da martedì 22 gennaio inizieranno infatti gli spostamenti di 300 rifugiati in tante regioni italiane, a cui si aggiungeranno le uscite obbligatorie dei titolari di protezione umanitaria, ormai senza più diritto all’integrazione prevista dalla seconda accoglienza.

In un colpo solo saranno spazzati via non solo anni di impegno e buon lavoro per un’accoglienza fatta di progetti educativi, inserimento scolastico, corsi ricreativi, iscrizioni alle associazioni sportive del territorio, collaborazioni volontarie e lavori socialmente utili, portata avanti dal Comune insieme alla Prefettura di Roma, ma andranno persi anche 107 posti di lavoro dei dipendenti del gestore delCentro.

Inizia così il comunicato del Comune di Castelnuovo di Porto, salito alla ribalta delle cronache perché teatro del primo grande sgombero successivo al “Decreto Sicurezza”, approvato dal presente Governo a fine 2018.

Entro il mese di gennaio il C.A.R.A. chiuderà, gli ospiti saranno smistati negli SPRAR di altre regioni: questa la comunicazione giunta con appena 48 ore di preavviso al Comune.

Anche il blitz è scattato all’improvviso, con i militari a smistare i richiedenti asilo in partenza immediata da quelli che, almeno, avranno modo di congedarsi degnamente dalla comunità che li ha accolti. I titolari di protezione umanitaria, che non hanno più diritto all’accoglienza, sono lasciati in strada al gelo e sotto la pioggia.

Centinaia di persone, giunte nel nostro Paese in cerca di aiuto, hanno improvvisamente visto negata la propria dignità.

Donne, uomini e bambini trattati come nomi su una lista, come “incombenze” da smistare lungo la penisola. Non si sa dove andranno queste persone, come verranno suddivise, quali centri le accoglieranno, quale sarà il loro futuro. Non si sa che fine faranno quelli rimasti senza un tetto sulla testa e senza alcun supporto.

Tutto questo è inaccettabile: la “sicurezza” non si raggiunge con atti di forza, ma con seri ed efficaci progetti di inserimento e integrazione.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Sempre che ci si ricordi, almeno in Italia, di garantire agli stranieri quelle libertà democratiche sancite dalla nostra Costituzione.

Roma, 25 gennaio 2019

Piazza Fernando De Lucia, 35 – 00139 Roma tel. 06-4063028/30 fax06-4063033

www.legacooplazio.it legacoop@legacooplazio.it

25 Gennaio 2019 / by / in
Con Madalina!

Pochi giorni fa Madalina, una nostra compagna rumena e attivista del Movimento per il diritto all’abitare, ha ricevuto un provvedimento di allontanamento dal territorio italiano per cinque anni, per motivi di pubblica sicurezza

Con apposito decreto disposto dal Prefetto di Roma sulla base di un rapporto redatto dai carabinieri e di varie segnalazioni di polizia, a Madalina viene intimato di lasciare l’Italia entro 30 giorni considerato che “gli atti e i comportamenti posti in essere, anche reiteratamente, dal soggetto sopra generalizzato evidenziano la mancanza di integrazione”.
In tutte le segnalazioni di polizia utilizzate per costruire il profilo criminale di Madalina, ricorrono la radunata sediziosa e la violazione sulle disposizioni su riunioni in luogo pubblico, retaggi del regime fascista nel codice penale con cui si sanziona, anziché l’azione commessa, il carattere del singolo considerato non disponibile alla sottomissione.

Madalina vive a Roma da più di dieci anni. In questo periodo di tempo non solo ha studiato, lavorato, dato vita progetti sociali e culturali costruendo la propria vita, le proprie amicizie e gli affetti più cari. È un’attivista che si è battuta per il diritto alla casa. Dunque una donna perfettamente “integrata”, che ha deciso di non accettare passivamente le condizioni di sfruttamento ma di schierarsi per difendere la libertà e i diritti di tante persone in questa città.

Il provvedimento di allontanamento nei suoi confronti è dunque un vero e proprio atto di violenza poliziesca che mira a sradicare Madalina dalla realtà sociale, affettiva, lavorativa cui è legata. Il tutto in mancanza di sentenze di condanna e anche sulla base di indagini archiviate. Madalina deve essere quindi allontanata per quello che è e per il suo attivismo sociale

Siamo consapevoli che questo atto repressivo nei confronti di Madalina è la punta dell’iceberg di una serie di dispositivi che in questi anni e anche in questi giorni hanno colpito decine di attivisti e attiviste non solo a Roma, ma in tutta Italia. Con le sorveglianze speciali, i daspo urbani, i fogli di via, gli avvisi orali si è ormai bypassato il piano dei processi e della giustizia penale, privilegiando il piano amministrativo per colpire chi in questi anni di crisi si è battuto per una vita degna, decorosa e per i diritti di tutti.
Dispositivi confezionati su misura per prendere di mira gli attivisti sul piano personale, come accaduto recentemente in Giambellino e a Cosenza, criminalizzandoli e delegittimando le istanze sociali di cui si fanno portatori come problemi di criminalità comune e di ordine pubblico.

Nei giorni del trionfo del populismo penale e giudiziario, ribadiamo che non faremo un passo indietro per difendere la legittimità delle lotte che portiamo avanti, il nostro diritto all’autodeterminazione e la libertà di movimento.

Parafrasando de André tanto citato in questi giorni, chissà se fossimo stati al loro posto…. Ma al loro posto non ci sappiamo stare. Ma ai nostri posti, in compenso, ci troveranno.
Perché non accetteremo che Madalina venga allontanata dall’Italia e posta al confino. La difenderemo con ogni mezzo necessario!

Siamo tutt* Madalina!

21 Gennaio 2019 / by / in
Occupazione abitativa di via del Caravaggio: un incendio di solidarietà

Occupazione abitativa di via del Caravaggio: un incendio di solidarietà

Capita che i momenti reputati più tranquilli, quelli in cui è giusto e necessario abbandonarsi a se stessi e ai propri affetti e coltivare, insieme al riposo, i sogni per un mondo più giusto, contengano anche i rischi di pericoli insidiosi. Nel caso di via del Caravaggio, dove da oltre sei anni vivono 150 nuclei familiari, il rischio ha preso le sembianze di un fornello da cui si è sprigionata una scintilla che ha appiccato il fuoco in uno dei due palazzi di cui è composta l’occupazione.

Gli abitanti del Caravaggio sono intervenuti immediatamente, contenendo le fiamme grazie agli estintori di cui sono dotati tutti i piani, favorendo poi l’azione dei vigili del fuoco. Completamente sedato l’incendio, si è passati alla conta dei danni che, alla resa dei conti, sono rimasti circoscritti ad alcune stanze e hanno riguardato in modo particolare due piani. Non ci sono stati feriti e infatti, seguendo le prescrizioni dei tecnici, isolate le aree investite dalle fiamme e certificata l’agibilità del palazzo, la maggioranza delle famiglie sono potute rientrare nei propri alloggi mentre è stato possibile comunque sistemare all’interno dell’occupazione chi si è ritrovato a fare i conti con la distruzione dei propri spazi e delle proprie cose.

È stato a questo punto che la paura ha lasciato spazio ai sorrisi. Perché già alle prime luci dell’alba, via del Caravaggio è stata investita dalla solidarietà dell’VIII Municipio: associazioni e comitati, centri sociali e partiti, insieme a tanti cittadini comuni si sono prestati per fornire aiuto e per esprimere solidarietà agli occupanti. Una manifestazione di vicinanza di gran lunga superiore per intensità a quello che è stato l’incendio e che, soprattutto, parla delle occupazioni abitative come luogo di legami forti: bambini e bambine che studiano sui banchi delle scuole dei quartiere, uomini e donne che sudano gli stessi posti di lavoro, vita sociale che rimbalza dai banchi del mercato ai bar della zone, contribuendo a rendere vivo e solidale un tessuto sociale altrimenti minacciato dalla solitudine e dall’esclusione sociale.

Dopo l’incendio, già nella giornata di sabato, l’occupazione ha ospitato un’assemblea pubblica molto partecipata, che ha raccontato i fatti e organizzato il sostegno alle famiglie maggiormente colpite. In questo momento continua la raccolta di beni strumentali come letti, reti, materassi, cuscini, lenzuola, coperte, frigoriferi, armadi, piatti, bicchieri, posate, vestiti. Il Movimento per il Diritto all’Abitare e l’occupazione di via del Caravaggio ringraziano con il cuore chi ha contribuito e chi contribuirà. Con un occhio alle insinuazioni pubblicata dalla solita stampa-spazzatura, invece, che non ha perso l’occasione per incitare allo sgombero di via del Caravaggio, ribadiamo – come nel caso dell’incendio scoppiato a novembre al 4 Stelle Occupato di via Prenestina – non consentiremo che un incidente diventi il pretesto per uno sgombero. E da questo punto di vista, siamo convinti di poter dire che la stessa solidarietà espressa nel corso del momento più difficile rappresenta un grande muro popolare: l’anima di una città meticcia niente affatto disposta a rassegnarsi alle misure razzistoidi del governo gialloverde e alle speculazioni dei soliti ladri, già condannati dalla storia. L’anima di una città che continua a gridare – come ha fatto appena pochi giorni fa riempiendo la piazza del Campidoglio per protestare contro il dl Salvini – che l’unica sicurezza che ci interessa è quella che parla di casa e reddito per tutti e tutte: una sicurezza che oggi, più che mai, vive e si organizza in via del Caravaggio. Per resistere con ogni mezzo necessario ai frutti della cattiva sorte e a quelli, ben più velenosi, di una politica continuamente impegnata a rubare ai poveri per consentire a un pugni di ricchi di continuare a ingrassare.

14 Gennaio 2019 / by / in
Chi cuce il filo della speranza. La sfida delle reti sociali e solidali

DI FLORIANA BULFON

Attaccato dai gialloverdi, l’associazionismo resiste. Per fare non solo charity ma anche progetti di rilancio e di inclusione. Vi raccontiamo questo mondo che da Nord a Sud anima mercati, mense, cinema e mini imprese

Forza Buoni, l'Italia della solidarietà che non si arrende al cattivismo
Striscione presso la fabbrica occupata Ri-Maflow

Ai margini di un’enorme spianata bianca su cui sorgeva una fabbrica della morte c’è un frigorifero «da aprire solo in caso di solidarietà». È a disposizione di chi ha fame. Studenti, professionisti, massaie e migranti lo riempiono a turno. Raccolgono da chi ha troppo e condividono con chi ne ha bisogno. Nella parrocchia di Don Angelo cibo e spazio sprecato diventano risorse. Accanto al frigo, c’è una stanza per essere “Solidali dalla testa ai piedi” con un servizio di docce e lavanderia e in canonica posti per dormire, perché questa è la casa di tutti. E così un luogo di confine alla periferia di Bari, tra resti di ecomostri abbattuti, vetri antiproiettile dei covi della Sacra Corona Unita e vite umane distrutte da fibre d’amianto, diventa un rifugio di speranza.

Oltre mille chilometri più a Nord, a Boves, città martire della resistenza rasa al suolo dai nazisti, i capannoni vuoti dove un tempo prosperava un’azienda di abbigliamento ospitano una ventina di persone. «Viviamo in comunità, i miei due figli sono nati e cresciuti qui», racconta Franco Monnicchi, responsabile di Emmaus. L’ultimo arrivato è un cinquantenne piemontese, ha una casa ma non trova lavoro e prima mangiava una volta a settimana: «Solo quando andavo a cena da qualche conoscente, perché mi vergognavo di frequentare la mensa dei poveri» spiega. C’è chi ha avuto problemi con la famiglia, con l’alcool, per lo più sono italiani. «Poveri che si mettono insieme per sostenere altri poveri, senza chiedere aiuto a nessuno. Perché l’urgenza è la condivisione, è questo il messaggio del nostro fondatore Abbé Pierre», chiarisce Monnicchi. Il religioso francese, eroe della resistenza, che da benestante scelse di essere povero tra i poveri, voce dei senza speranza. È la riscossa degli ultimi, di quelli che la società ha scartato: oggi lavorano ritirando ferri vecchi, carta straccia e oggetti abbandonati nelle cantine, si mantengono rivendendo quello che buttiamo via e riescono anche a donare agli altri. Negli ultimi anni hanno costruito un negozio e persino un baby parking.

Progetti di solidarietà che nascono dal basso. Una geografia della speranza che grida sottovoce e tenta di ricucire le ferite che portano all’ esclusione sociale. Ci credevamo un Paese ricco: «Ma quale crisi, i ristoranti sono sempre pieni!», proclamava da Palazzo Chigi Silvio Berlusconi. Invece in Italia la povertà ha assunto un carattere strutturale. I “Miserabili” del nuovo millennio sono oltre 5 milioni, il valore più alto da quando l’Istat lo censisce. Gente con livelli di vita inaccettabili: non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata, vestiti, istruzione, salute. È la condizione di una famiglia su venti, ma quando si guarda ai migranti allora saliamo a una su tre. La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso.

Eppure c’è chi non si rassegna e lotta per sostenere i più fragili. Dalle comunità che accolgono le donne vittime di violenza alla casa dei gesuiti, la prima in Italia, che sulle colline torinesi ospita i papà rimasti soli con i loro figli.

Un’esigenza che ribalta l’ottica per cui siano in difficoltà solo le mamme e che accoglie l’invito di papa Francesco ad utilizzare i beni della Chiesa per dare un servizio a chi ne ha bisogno. Percorsi per riprendere i fili delle proprie vite e trovare un’alternativa al naufragio. E poi famiglie che s’incontrano e si confrontano, perché solo attraverso un cammino comune è possibile scoprire il modo per superare le crisi e afferrare il futuro. Uno scambio che non aiuta solo chi riceve. E cosi un ingegnere con i figli già all’università dedica i suoi due pomeriggi liberi ad Ahmed, un ragazzino marocchino a cui la matematica non piace, mentre i settantenni Franco e Maria sono diventati i nonni della piccola Giulia perché i loro nipoti vivono all’estero e li vedono di rado.

Accade in Veneto e uno dei promotori è lo psicoterapeuta Pasquale Borsellino. «È capacità di reagire alle condizioni avverse insieme, si attiva la resilienza comunitaria. Io stesso ne sono un testimone», constata. La sua storia personale è drammatica. Suo fratello Paolo è stato ucciso a fucilate nel 1992, pochi mesi dopo è toccato a suo padre Giuseppe che si batteva per trovare un nome agli assassini del figlio. I Borsellino volevano solo lavorare nella loro terra, in quella Sicilia dove Cosa nostra non consente ribellioni. La mafia si fa forte nei quartieri abbandonati dalle istituzioni, dove trova terreno fertile per espandersi e arricchirsi. Tanti insegnanti dallo Zen di Palermo alla periferia di Roma vogliono sconfiggerla mostrando un futuro diverso a quei ragazzini che sognano un futuro da boss e gridano «i negri non li vogliamo».

Combattono una guerra tra poveri che spiana la strada alla criminalità e al razzismo, unite nello slogan “prima gli italiani” che piace tanto pure ai boss. Con loro associazioni che accolgono costruendo insieme ai migranti. Una contaminazione fatta di partecipazione da Ventimiglia a Taranto, fino a Como. Ci sono giovani figli di emigrati che tornano in Italia. Come Giulio Vita che ha scelto la Calabria, sfidando gli indicatori statistici che la segnalano come una terra senza futuro: «Quando sono arrivato ho aiutato subito i rifugiati perché nelle loro storie ho trovato quella di mio nonno che ha preso una barca per il Venezuela senza conoscere né la lingua, né le tradizioni, né la cultura del Paese che lo avrebbe ospitato» racconta. Giulio ha in tasca l’idea di riportare il cinema ad Amantea e riesce a mettere in piedi una mostra e persino una residenza cinematografica per registi internazionali e rifugiati, dando lavoro anche a tanti ragazzi calabresi.

«Per tre anni abbiamo vinto un bando per contribuire alla valorizzazione e alla diffusione delle culture dei migranti residenti in Italia, senza alcuna raccomandazione» spiega, ma aggiunge: «Ora il ministro Alberto Bonisoli l’ha eliminato ma non ci rassegniamo: faremo la IV edizione di la Guarimba CinemAmbulante con o senza fondi pubblici». Nella lingua degli indios venezuelani “guarimba” significa posto sicuro e in un periodo in cui vengono alzati muri e confini, in questo piccolo borgo, si fondono e crescono storie ancorate alla realtà. Come i quattordici minuti raccontati dal regista di origini egiziane Mohamed Hossameldin. “Yousef” è uno chef, cittadino italiano ma con la pelle scura. È integrato, ha successo, ma quando deve decidere se aiutare chi ha subito violenza o fuggire è sopraffatto dal dubbio, teme di essere accusato ingiustamente. Ci si immerge in una crisi personale che dà un senso di vertigine. In scena c’è la paura dei migranti davanti al persistere dei pregiudizi e il cinema diventa un forma di riscatto.

Come quello che parte da Casale Caletto, periferia dimenticata della Capitale dove si insegnano i mestieri dello spettacolo come diritto all’inclusione. «Ho vissuto quasi tutta la vita dentro quattro mura» racconta con ironia Mirko Frezza presidente del comitato di quartiere «ma poi ho deciso di fare il bravo». Diventa attore. Lui, 40 anni, capelli lunghi, barba, un corpo tatuato e un passato tra galera e voglia di riscatto, in questo quartiere di amara esistenza è nato e cresciuto. Qui insegna ad altri a guadagnarsi l’opportunità di un posto di lavoro e insieme a Paola Da Grava gestisce un centro che offre 1.650 pasti al mese e raccoglie cibo con un banco alimentare. Tutto senza sovvenzioni. «Ci lavorano volontari, la benzina la mettiamo a turno. C’è anche uno sportello per le donne, a breve avremo degli psicologi per i bambini affetti da autismo» sottolinea mostrando il suo mondo alle telecamere de “I Dieci Comandamenti” di RaiTre. Un centro che è diventato un punto di riferimento tra palazzoni popolari e generazioni abbandonate a se stesse. «Proviamo a tenere pulite le strade, ripariamo tubature, aggiustiamo ascensori, insomma ci sostituiamo alle istituzioni» risponde Frezza.

Riprendersi spazi, lavoro, dignità. A Trezzano sul Naviglio centinaia di operai hanno recuperato la fabbrica chiusa e l’hanno riconvertita. «La scelta era se lasciarci ammazzare, o provare a resistere alla crisi, producendo reddito, in un territorio dove la disoccupazione è altissima, ma le professionalità ancora tante e vive», spiegano. E così i 30 mila metri quadri di capannoni della Rimaflow non sono rimasti uno scheletro industriale. Ma le istituzioni non vengono in aiuto, anzi: sull’iniziativa pende un’ordinanza di sgombero. Gli hanno solo concesso una proroga: lo sfratto è stato rinviato al prossimo aprile.

«Abbiamo fatto della legalità un idolo, dimenticando che non è il fine ma il mezzo: il fine è la giustizia sociale. La legalità da sola è una parola vuota», dice don Luigi Ciotti. Insieme a Giuseppe De Marzo, economista laico che fa parte dell’associazione del premio Nobel Amartya Sen, ha unito più di seicento realtà sparse per il Paese, dai centri antiviolenza ai movimenti per il diritto alla casa, nella Rete dei Numeri Pari. «In dieci anni la povertà nel nostro Paese è triplicata, frutto di politiche sbagliate. Anche questo governo sta tradendo le promesse, ha aumentato l’aspettativa dei ceti in difficoltà e creato senso di rancore. Di fatto manca un’opposizione e così alla fine molte persone non si sentono rappresentate», analizza De Marzo.

Provano allora a mettere insieme le esperienze dal basso. Quelle che spingono a riconoscersi come cittadini e riappropriarsi dei diritti negati. Negli Stati Uniti il tema dell’ineguaglianza si è imposto al centro del dibattito. Lara Putnam e Theda Skocpol hanno pubblicato una ricerca in cui mostrano come molte donne entrate recentemente in politica non siano solo ispirate dal movimento spontanei come il MeToo ma siano spesso il frutto di un percorso, di una partecipazione in reti civiche locali fuori dai circuiti del partito democratico.

E questa è la speranza per le democrazie occidentali: un movimento con radici nuove e idee aperte, capace di spazzare via l’onda dei populismi e dei sovranismi. Ricominciando proprio da quella crisi economica che ha spezzato le reti sociali e la solidarietà.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2019/01/08/news/forza-buonisolidarieta-cattivismo-1.330260

10 Gennaio 2019 / by / in ,
Ma quale governo del cambiamento?

Più che il governo del cambiamento, questo è il governo della restaurazione: tradisce la democrazia, non ascolta i corpi sociali intermedi, alimenta la rabbia e il rancore delle persone dando speranza solo attraverso la colpevolizzazione delle fasce più impoverite e attuando misure di workfare assistenziale. Prima sostenevano i comitati contro le grandi opere, per la riconversione ecologica, l’acqua pubblica e per “rifiuti zero”, oggi apre discariche, privatizza, si genuflette alle politiche di austerità, effettua tagli al sociale e all’istruzione ampliando, di fatto, la zona grigia in cui operano le mafie.

Mai nella storia italiana abbiamo assistito a un ribaltamento così grande della prospettiva politica di un governo, riscontrando un abisso tra quelle che erano le promesse fatte in campagna elettorale e le politiche messe in campo in piena continuità con il passato.

20 Dicembre 2018 / by / in