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Scorticabove incontra l’assessora Baldassarre: soluzione irricevibile

Il 12 luglio una delegazione formata da alcuni rifugiati sudanesi di via Scorticabove e alcuni rappresentanti della rete di solidarietà che sta dando supporto agli uomini sgomberati dalla loro casa la scorsa settimana, è stata ricevuta dall’assessora alle politiche sociali del Comune di Roma Laura Baldassare.

 

Come già la sera dello sgombero, l’assessora ha replicato la sua offerta di mettere a disposizione 40 posti nel circuito dell’accoglienza dedicata alle fragilità cittadine in quattro centri diversi, per un tempo dai 3 ai 6 mesi. Si è detta disponibile ad aprire un tavolo di confronto permanente per valutare insieme delle soluzioni di medio periodo, che potrebbero riguardare i beni confiscati alla criminalità organizzata, per il cui utilizzo è stato recentemente adottato un regolamento.

I rifugiati lì presenti hanno espresso perplessità rispetto a una proposta, quella dei centri di accoglienza, che innanzitutto non sarebbe sufficiente a ospitare tutte le novanta persone rimaste per strada e i cui tempi prospettati difficilmente sarebbero sufficienti a intraprendere e completare un percorso stabile e definitivo. Dopo aver comunque accettato di andare a visitare questi centri, i rifugiati hanno definito come “irricevibile” la proposta di una soluzione alloggiava temporanea che di fatto li farebbe regredire di quindici anni rispetto all’autonomia e alla capacità di autorganizzarsi acquisita.

E’ fondamentale ricordare come queste persone, che vivono in Italia da anni, sono tutte rifugiate del genocidio del Darfur e hanno dovuto attraversare anche in Italia enormi difficoltà, non da ultimo quella di essere finiti in un centro gestito da una cooperativa implicata in Mafia Capitale. Da questa ulteriore esperienza di abbandono istituzionale però, questi uomini hanno saputo reagire vivendo nello stabile di Scorticabove autogestendosi, in un modello grazie al quale chi lavora mette una parte del proprio reddito a disposizione di chi non ha possibilità, in cui si fanno turni di pulizia e la raccolta differenziata, dove chi non ha reddito si occupa di preparare da mangiare per tutti ed, elemento per noi estremamente importante e qualificante di questa esperienza, si è creato un luogo in cui continuare a parlare di Darfur e del dittatore al-Bashir che ancora opprime il popolo sudanese, creando una vera e propria rete impegnata sia in un lavoro culturale, sia in un concreto sostegno a tutti i sudanesi che nella città di Roma hanno avuto bisogno di orientamento ai servizi, mediazione, ospitalità. Da anni la comunità chiede alle istituzioni la possibilità di contribuire al pagamento dell’affitto di un luogo in cui poter abitare insieme e in cui poter continuare a far vivere questa esperienza, ed è per questo che il lungo silenzio da parte degli organismi competenti ci sembra così grave.

In questo momento i rifugiati di Scorticabove sono accampati sotto dei gazebo davanti a quella che era la loro casa, con tutta la loro vita lì, buttata in mezzo a una strada. La proprietà ha dato oggi come ultimatum per l’utilizzo dei bagni e l’accesso alla struttura per il recupero degli oggetti personali, ultimatum che se confermato aggraverebbe ancora di più la situazione di persone che di fatto si sono trovate catapultate nell’emergenza senza che gli sia stato offerto nulla di concreto. Per questo auspichiamo che almeno fino al 23 luglio, data del secondo appuntamento del tavolo cui vorremmo fosse invitata anche la Regione nelle deleghe al sociale e al patrimonio, ai rifugiati venga permesso di rimanere su via Scorticabove e gli sia consentito l’utilizzo dei bagni. Ma, soprattutto, chiediamo all’amministrazione di utilizzare buon senso, buona politica e buon governo, dando la dimostrazione di essere in grado di comprendere, distinguere e valorizzare un’esperienza di inclusione e integrazione come difficilmente se ne vedono in città, valutando tutte le soluzioni possibili che permettano ai rifugiati di vivere insieme, come da loro richiesta.

Quello dei rifugiati di via Scorticabove potrebbe essere davvero un modello cui tutti noi dovremmo guardare per progettare finalmente politiche concrete che non si limitino a governare emergenze – peraltro continuamente prodotte da quelle stesse politiche – e a evocare soluzioni assistenziali, ma che invece abbiano il coraggio di superare burocrazia e tecnicismi procedurali costruendo percorsi duraturi di valorizzazione di comunità meticce e solidali.

 

14 luglio 2018 / by / in
Appello alla cittadinanza e alla Sindaca di Roma per via Scorticabove

Oggi, 6 luglio, una delegazione della comunità di rifugiati sudanesi di via Scorticabove è stata ricevuta presso il Vicariato di Roma dal vescovo ausiliario di Roma Sud e delegato della Migrantes del Lazio, Don Paolo Lojudice insieme al direttore di Migrantes di Roma. La delegazione è stata accompagnata da una rappresentanza delle realtà sociali e sindacali che da ieri si sono mobilitate al fianco della comunità ingiustamente sgomberata senza nessun preavviso e senza nessuna colpa, nonostante le 120 persone che vivevano nello stabile siano titolari dello status di rifugiato. Ci troviamo quindi, in una situazione in cui i diritti fondamentali dei titolari di protezione internazionale sono stati violati. Dopo aver passato la notte per strada con tende e sacchi a pelo, all’intera comunità non è stata proposta alcuna soluzione abitativa alternativa congrua alla loro condizione.

Chiediamo alla sindaca di Roma e all’assessorato alle politiche sociali, alla salute, alla casa e all’emergenza abitativa di trovare adeguate soluzioni seguendo le indicazioni delle Convenzioni Internazionali che tutelano i Diritti dei titolari di protezione internazionale e dall’UNHCR, le quali prevedono il pieno godimento dei diritti di cittadinanza dei rifugiati così come dei cittadini italiani. Il nostro unico obiettivo è che venga immediatamente garantita la dignità e i diritti dei 120 sudanesi che non hanno nessuna responsabilità di quanto accaduto e che sono vittime due volte: prima perché costretti a scappare dalla guerra e poi perché, invece di ricevere risposte, sono stati sgomberati ingiustamente.

Ricordiamo a tutta la cittadinanza e alle istituzioni preposte, che la comunità vive nello stabile di via Scorticabove dal 2005 su concessione dell’Amministrazione Comunale. Dal 2015 la cooperativa che si occupava del servizio di accoglienza, e che nulla ha a che vedere con la comunità sudanese, ha interrotto la gestione in seguito ai fatti di Mafia Capitale. Da quella data la comunità si è autogestita in conseguenza delle inadempienze delle autorità preposte al controllo e al governo, nonostante siano state sollecitate più volte.

Una situazione, questa, che tutta la nostra città non può e non deve accettare, in nome di quella civiltà fondata sul Diritto e sulle responsabilità, che ciascuno deve assumersi. Per questo, facciamo appello alla Sindaca di Roma, Virginia Raggi, ribadendo la nostra disponibilità a contribuire affinché vengano trovate soluzione condivise che garantiscano la coesione e la dignità di tutti.

6 luglio 2018 / by / in
Una maglietta rossa in piazza con Don Ciotti

Sabato 7 luglio

Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità

Libera e Numeri Pari appuntamento domani 7 luglio ore 11-13 Piazza Immacolata- San Lorenzo- Roma

Presenti Luigi Ciotti,  presidente Libera e Gruppo Abele e Giuseppe De Marzo Numeri Pari

 

Sono migliaia le adesioni di associazioni, comitati, scuole, musicisti, giornalisti, scrittori, singoli cittadini che hanno risposto all’appello “Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità” da indossare sabato 7 luglio, promosso da Libera e Gruppo Abele, Arci, Legambiente, ANPI e dal giornalista Francesco Viviano.

Appuntamento centrale domani 7 luglio ore 11 in Piazza Immacolata San Lorenzo – Roma. Saranno  presenti Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele e Giuseppe De Marzo, coordinatore della rete di Numeri Pari. 

Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso- si legge nell’appello– erano vestiti i tre bambini annegati nei giorni scorsi davanti alle coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

6 luglio 2018 / by / in
Chiude lo sportello di sostegno utenze di “Legami di Solidarietà”

Ieri 4 Luglio 2018, si è consumato l’ultimo atto dello sportello Solidale di aiuto ai Lavoratori, disoccupati ed inoccupati, da parte dello sportello pagamento utenze di Legami di Solidarietà sito a Pomigliano d’Arco (Na) nel più grande concentramento industriale del Sud Italia.

Presi d’assalto dalle povertà che non sembrano assolutamente regredire, ieri con gli ultimi tre interventi dello sportello solidale, abbiamo esaurito i già minimi fondi rimasti.

Un intervento sulle medicine, uno su l’utenza dell’acqua, e l’ultimo sull’Energia Elettrica, (una donna con figli piccoli  letteralmente al buio).

Ci siamo riusciti sul filo di lana grazie, sia al piccolo contributo degli utenti, previsto dallo statuto, che agli ultimi centesimi recuperati tra volontari, ed un nostro fratello artista del territorio, rispondente al nome di Marcello Colasurdo.

Sui circa 250 interventi totali dal Ottobre 2015 ad oggi, ben 120 hanno salvato le famiglie dall’oscurità, in diversi casi abbiamo fatto riallacciare la corrente a famiglie con bambini e minori.

Decine gli interventi sulle utenze di Acqua,  per gli affitti, spazzatura, scolastiche, assicurativi per auto trasporti degenti terminali, ed infine lo sportello delle medicine che segnala quasi 50 interventi, in un tempo dove i poveri, e non solo, sono esclusi dalla possibilità di curarsi.

Un bambino segnalato da un assistente sociale di Napoli, è stato aiutato ad avere il borsone per il corso per parrucchieri, un altro il corredo per la scuola alberghiera, ma con gli esempi segnati tutti nei faldoni in sede,  si potrebbe andare all’infinito.

La giornata è stata vissuta con pienezza grazie alla visita di ringraziamento dei lavoratori che hanno sfiorato il licenziamento presso la vicina Alenia, i quali hanno ricevuto in dono la maglietta di un nostro valoroso e coraggioso amico ex Operaio sempre nei nostri cuori, che oggi combatte contro la Sla,  Peppe Panico.

Simavlegami

L’Associazione spesso si è distinta nei casi di elevata disperazione dando vicinanza, conforto e Solidarietà, ai Lavoratori sia del territorio che al suo esterno.

Proprio loro vogliamo ringraziare, i contributi Operai di Fiat Melfi e Pomigliano e dell’Avio Ge di Pomigliano, dove lo scorso anno abbiamo raccolto fondi per 2000e.

Ringraziamo Toni Servillo per lo spettacolo di due anni fa, dove furono raccolti oltre 6000€ e l’ex Senatore, oggi nuovamente Operaio di Melfi, Giovanni Barozzino, grazie al quale, quasi altri 5000€ sono entrati nelle case dell’aiuto alle povertà, i giornalisti che sono venuti ad intervistarci, che poi davanti alla vista del lavoro compiuto, hanno rimasto con generosità contributi anche importanti.

Ci scusiamo e ringraziamo anche gli altri, non pochi, che non riusciamo ad includere.

I volontari non fermeranno le loro attività e rimarranno comunque a segnare e segnalare storie, come affermato dal presidente dell’associazione don Peppino Gambardella, rimarrà il rammarico di dover dire ” Ci dispiace, Non possiamo” .

Rimarrà in piedi il presidio di indirizzo medicale, con la presenza del Dott. Antonio Panico, del dottor Crescenzo Scialò, e della psicologa Dottssa Rosa Giannini, che contribuiranno a seguire ancora  i nostri utenti.

Abbiamo ancora una speranza nel progetto in accordo con Libera, SoS Pomigliano, al quale sono legate le ultime speranze di sopravvivenza solidale sul nostro territorio, amici di Libera, speriamo in voi!

Altro non possiamo adesso che segnalare il nostro conto

Iban IT19C0501803400000012169520

dove potete far confluire la vostra generosità in favore dell’Associazione e dei suoi utenti, che sicuramente a nome nostro, vi ringraziano.

 

Pomigliano 5 Luglio 2018 i Volontari dello sportello di legami di Solidarietà.

 

https://francescoviscione.wordpress.com/2018/07/05/chiude-lo-sportello-di-sostegno-utenze-di-legami-di-solidarieta/

5 luglio 2018 / by / in
SCORTICABOVE SOTTO SGOMBERO!

In queste ore è in corso lo sgombero dello stabile di Via Scorticabove dove vivono circa 120 persone: rifugiati politici provenienti dal Sudan, che dal 2015 – momento in cui la cooperativa che gestiva il centro ha abbandonato lo stabile – si trovano a vivere in condizioni disumane senza alcuna alternativa!

Ci opponiamo con forza a l’ennesimo atto brutale messo in campo nella nostra città e portato avanti da una politica che continua ad accanirsi su chi è più in difficoltà!

Oggi, come l’11 dicembre dello scorso anno, insieme alla CISPM Italia – Coalizione Internazionale Sans-Papiers e Migranti per i diritti di tutti e tutte!

 

5 luglio 2018 / by / in
Bari, mafie e povertà: la parrocchia di San Sabino inaugura il progetto “Solidali dalla testa ai piedi”

La Rete dei Numeri Pari organizza per il 28 giugno alle ore 17,30 un incontro sul tema povertà e mafie.

 

L’incontro si terrà presso la Parrocchia di San Sabino. Tra i relatori dell’incontro, il Presidente di Libera, Don Luigi Ciotti, e il Sostituto Procuratore della Dda di Puglia Giuseppe Gatti.

L’iniziativa pubblica sarà moderata dalla professoressa Gabriella Falcicchio.

Sarà l’occasione per l’inaugurazione del Progetto “Solidali dalla testa ai piedi”, ‘Associazione “Giuseppe Moscati” Onlus di Bari (attivazione servizio docce e lavanderia per indigenti e senza dimora presso la Parrocchia San Sabino, Bari).

La cittadinanza tutta è invitata a partecipare.

28 giugno 2018 / by / in
LA POVERTÀ IN ITALIA – Comunicato stampa ISTAT

Le stime diffuse in questo report si riferiscono a due distinte misure della povertà: assoluta e relativa, che derivano da due diverse definizioni e sono elaborate con metodologie diverse, utilizzando i dati dell’indagine campionaria sulle spese per consumi delle famiglie.

Nel 2017 si stimano in povertà assoluta 1 milione e 778mila famiglie residenti in cui vivono 5 milioni e 58mila individui; rispetto al 2016 la povertà assoluta cresce in termini sia di famiglie sia di individui.

L’incidenza di povertà assoluta è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Due decimi di punto della crescita rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui si devono all’inflazione registrata nel 2017. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

Nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta fra i minori permane elevata e pari al 12,1% (1 milione 208mila, 12,5% nel 2016); si attesta quindi al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%).

L’incidenza della povertà assoluta aumenta prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.

L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%).

A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%).

Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.

Anche la povertà relativa cresce rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).

Come la povertà assoluta, la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (19,8%) o 5 componenti e più (30,2%), soprattutto tra quelle giovani: raggiunge il 16,3% se la persona di riferimento è un under35, mentre scende al 10,0% nel caso di un ultra sessantaquattrenne.

L’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai e assimilati (19,5%) e per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (37,0%), queste ultime in peggioramento rispetto al 31,0% del 2016.

Si confermano le difficoltà per le famiglie di soli stranieri: l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno).

 

https://www.istat.it/it/files//2018/06/La-povert%C3%A0-in-Italia-2017.pdf

27 giugno 2018 / by / in
L’invasione che non c’è. I numeri
I numeri non cambiano la testa delle persone, è difficile utilizzare argomenti razionali per riorientare un dibattito pubblico intriso di razzismo e xenofobia. Certo, in Italia negli ultimi decenni molte cose sono cambiate. Certo, negli ultimi cinque anni sulle coste italiane è sbarcato un numero consistente di persone. E certo, in alcune occasioni, anche grazie ad una persistente e prevalente gestione emergenziale dell’accoglienza, questi sbarchi hanno causato tensioni a livello locale. A cosa serve fare fact-check? A che servono i dati che proviamo a mettere in fila qui sotto (tutti ricavati da fonti ufficiali: Istat, Eurostat, Ministero degli Interni, Unhcr, Oim)? Ci aiutano a trovare argomenti per contrastare una campagna che, usando strumentalmente il disagio sociale e il disorientamento delle persone, utilizza informazioni false e fuorvianti per spiegare le proprie ragioni e giustificare politiche sbagliate. In Italia non c’è nessuna invasione, i taxi del mare non esistono e se l’accoglienza fosse meglio organizzata e più diffusa non ci sarebbe nessun business. Ci dicono è che da anni le frontiere italiane sono di fatto chiuse per quelli che in base a una classificazione ormai sempre più obsoleta, sono definiti migranti economici.  Qui sotto, insomma, proviamo a mettere in fila dei numeri, gli stessi che dovrebbero usare le istituzioni quando pensano a come rispondere a una crisi che non è cominciata ieri e non finirà – qualsiasi cosa ci raccontino – domani.

 

di Cronache di ordinario razzismo

Stiamo davvero assistendo a un’invasione?

No, non c’è nessuna invasione in corso, i dati sul numero complessivo di cittadini residenti stranieri sono piuttosto chiari: negli ultimi anni la presenza straniera è rimasta stabile, se si eccettua un effettivo aumento nel biennio 2014-2015, quando la crisi libica, quella siriana e l’avanzata dell’Isis in Iraq creano le condizioni per un incremento straordinario degli arrivi in tutta l’Europa.

Nell’infografica che segue sono rappresentati i numeri relativi alla popolazione residente in Italia, ai cittadini stranieri residenti (tutte le persone di nazionalità straniera, compresi i quasi 40mila tedeschi e i 23 mila spagnoli), ai richiedenti asilo – dato relativo a un solo anno, perché poi a queste persone viene riconosciuta la protezione internazionale, oppure viene notificato loro un decreto di espulsione – e ai rifugiati (ovvero coloro che hanno ottenuto la protezione internazionale) presenti nel nostro Paese. Nel complesso i cittadini stranieri residenti nel nostro paese sono 5 milioni, quasi 1 milione di persone sono nate in Italia.

La grandissima parte dei residenti stranieri non è arrivata oggi, né l’anno scorso, ma è il risultato di 50 anni di migrazioni. I rifugiati e richiedenti asilo sono un numero molto piccolo: una grande manifestazione, una cittadina di media grandezza, il doppio degli italiani emigrati nel 2016.

 

 

E negli altri Paesi europei come va?

La crisi dei rifugiati degli scorsi anni ha avuto un impatto molto forte in diversi Paesi: alcuni hanno accolto e aperto le loro frontiere, altri le hanno chiuse. Il confronto sui dati del 2017 di alcuni tra questi è utile per mettere in una giusta prospettiva cosa è successo anche in Italia: qui ci sono meno rifugiati e meno richiedenti asilo che altrove. Persino la Francia, che certo non ha aperto le frontiere, ha riconosciuto il diritto di asilo a più persone. Di seguito il dato assoluto e quello relativo all’incidenza sulla popolazione totale, perché è diverso accogliere 100mila persone in un Paese da 60 milioni di abitanti e in uno da 10. Si badi, il dato Unhcr sul numero di rifugiati è calcolato sulla base delle domande approvate negli ultimi 10 anni.

 

Come si può notare, Germania, Austria, Francia e Grecia hanno concesso lo status di rifugiato a un numero più alto di persone per milione di abitanti che non l’Italia. Le ragioni sono diverse, una tra tutte: nei Paesi del Nord si è arrivati soprattutto seguendo la rotta balcanica, strada per la quale sono passati più rifugiati siriani, afghani, iracheni. Il dato assoluto rimane: in Italia non ci sono più rifugiati e richiedenti asilo che altrove. Anzi.

 

2018: diminuiscono i flussi, cambiano le rotte

I dati sugli sbarchi dell’Unhcr 2018 segnalano che gli arrivi via mare sono diminuiti e che la Spagna e la Grecia ricevono per ora un numero di persone simile a quello dell’Italia (in Grecia nel 2015 arrivarono 800mila persone). L’idea che i primi sei mesi del 2018 (o gli ultimi sei del 2017) rappresentino un’emergenza è quindi una fake newsGli arrivi sono diminuiti enormemente dal luglio 2017 in poi a seguito degli accordi stipulati dallo scorso governo con le autorità libichee, prima, dall’Unione Europea con il governo turco. Si tratta di accordi sbagliati per varie ragioni, ma laddove il Governo in carica mantiene la priorità di ridimensionare i flussi verso l’Europa, a prescindere dal rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, deve smettere di allarmare l’opinione pubblica e dire che quegli accordi hanno già avuto un effetto sui flussi. Il governo italiano in carica usa invece dati degli anni passati per mantenere alto il tema in agenda. Il momento di relativa calma andrebbe invece usato per migliorare l’organizzazione dell’accoglienza e per negoziare soluzioni europee condivise in maniera pacata.

 

Quanto e perché diminuiscono gli sbarchi?

Le ragioni per le quali il numero di persone che sbarcano sulle coste italiane ha avuto un balzo a partire dal 2014 ed è poi diminuito nella seconda metà del 2017 sono molteplici. Il primo elemento riguarda la fine della guerra civile ad alta intensità in Libia (2013) e il caos successivo, che ha determinato l’apertura della rotta senza più controlli del regime di Gheddafi – che aveva stipulato un accordo con l’Italia. Il calo del 2017 e il crollo dei primi 6 mesi del 2018 si spiega poi con gli accordi con Paesi terzi, il lavoro dell’OIM nei Paesi di provenienza, il famigerato accordo con la Libia e quelli con le tribù del sud del Paese dove si usano spesso metodi disumani nei confronti dei migranti. Ci sono meno navi attive nel Mediterraneo centrale e la campagna di vera e propria criminalizzazione delle Ong che prestano soccorso in mare ha reso molto più difficile il loro lavoro. Il dato del 2018 è comunque parziale e relativo: la maggior parte degli sbarchi avvengono sempre nel periodo maggio-settembre. Certo è che una diminuzione dei flussi c’è stata.

Ricollocazione dei richiedenti asilo e riforma della convenzione di Dublino: l’Europa non solidale

 

Nel settembre 2015, al culmine della crisi umanitaria siriana, l’Ue adottò un sistema di ricollocazione delle persone che arrivavano in Grecia e in Italia. In teoria si trattava di condividere lo sforzo fatto dai due Paesi che in quella fase erano sotto una pressione migratoria straordinaria . Quell’accordo, definitivamente adottato con l’Agenda europea sulla migrazione nel settembre 2015, si è concluso nel settembre 2017 ed è stato riavviato in forma ridimensionata nel 2018. I numeri parlano di un rispetto quasi nullo degli accordi, con alcuni Paesi che adempiono in parte ai propri impegni e altri (Ungheria, Danimarca, Regno Unito, Polonia) che si rifiutano di accogliere anche un solo rifugiato.

Problema: l’Italia ha dichiarato di trovarsi politicamente d’accordo con quei Paesi che dicono no all’immigrazione per ragioni ideologiche (Ungheria e Polonia, ad esempio); nello stesso tempo a Bruxelles chiede un sistema di ricollocazione davvero condiviso e una profonda riforma del Regolamento di Dublino. Qual’è la vera posizione del governo italiano?

 

Finti rifugiati, veri migranti economici? Mica tanto

 

Uno degli argomenti preferiti di chi sostiene che non sia necessario accoglierele persone che arrivano dal mare recita: “Non sono veri rifugiati, sono immigrati che mentono per poter entrare nel nostro Paese”. È davvero così? I numeri dicono che una percentuale che oscilla tra il 40 e il 50% delle persone che fanno domanda ottiene una qualche forma di protezione legale da parte della autorità italiane. E siccome l’onere della prova (il dover dimostrare di essere in fuga da una guerra, una persecuzione personale, una discriminazione) è a carico di chi chiede il riconoscimento dello status di rifugiato, questo significa che un numero consistente di persone non è affatto un migrante economico.

Il dato sui dinieghi in prima istanza (prima cioè del ricorso) non si discosta di troppo dalla media europea segnalata dall’European Asylum Support Office (come abbiamo segnalato qui) in ogni caso, coloro che usano canali irregolari per entrare e cercare lavoro hanno una ragione: a causa della sostanziale chiusura dei flussi – il numero di ingressi per motivi di lavoro programmati ogni anno –  è quasi impossibile entrare regolarmente in Italia. L’esempio del 2017 è perfetto: il decreto stabilisce la possibilità di concedere 30.850 permessi di lavoro, 13.850 sono conversioni di permessi di persone già presenti in Italia, 20.000 sono permessi stagionali. Nessun nuovo ingresso per lavoro non stagionale, insomma. Il decreto flussi del 2008 prevedeva 150mila ingressi, sebbene per la maggior parte per motivi di lavoro domestico e assistenza e provenienti da Paesi che avevano siglato accordi con l’Italia in materia.

 

Alberghi di lusso? Il vizio di un’accoglienza emergenziale

I dati sull’accoglienza spiegano perfettamente perché l’allarme emergenza sia fuorviante: a fronte di un aumento della necessità di accoglienza dal 2015, il sistema ordinario di accoglienza SPRAR diffuso sul territorio (poche persone per comune) è rimasto sostanzialmente fermo, i centri di prima accoglienza straordinari allestiti in modo emergenziale accolgono invece 100mila persone in più. E’ la gestione emergenziale a favorire la cattiva accoglienza, a lasciare spazio a un improprio utilizzo delle risorse pubbliche, a determinare maltrattamenti e condizioni di vita non dignitose all’interno dei centri. L’emergenza non è stata creata dai migranti in arrivo, ma dal rifiuto di molti amministratori locali ad aderire allo Sprar e dal forte ritardo con cui l’Italia ha deciso di ampliare il sistema di accoglienza ricorrendo a interventi improvvisati e emergenziali.

Ancora a fine 2012 lo Sprar aveva una capienza di soli 3000 posti. A fine 2017 aveva una capienza di circa 24mila, ma il totale delle persone accolte era pari a 186mila: più di 151mila persone erano accolte in strutture straordinarie, spesso di grandi dimensioni. Proprio la cattiva accoglienza è stata al centro di più o meno spontanee proteste e manifestazioni di intolleranza a livello locale.

 

Fonte: Cronache di ordinario razzismo
26 giugno 2018 / by / in
#mapparoma24 – Disuguaglianze e case popolari nei quartieri di Roma

Questa mapparoma è la prima in cui apriamo una collaborazione con altri studiosi di Roma, in modo da allargare l’ambito delle nostre osservazioni ad altri temi di interesse per approfondire le dinamiche in corso nella città. Parliamo di case popolari, grazie ai dati e alle analisi di Enrico Puccini, autore del libro “Verso una politica della casa” e animatore del blog Osservatorio Casa Roma.

La politica per la casa in Italia rappresenta da sempre un ambito residuale di intervento pubblico, in termini di impegno amministrativo e di risorse finanziarie, peraltro con una forte frammentazione negli strumenti utilizzati. Il modello mediterraneo di housing e welfare, rispetto a quanto avviene in altri paesi con sistemi sociali più robusti, è caratterizzato da un’alta percentuale di abitazioni in proprietà, un mercato degli affitti ristretto e poco dinamico, e una limitata quota di edilizia residenziale pubblica (ERP), con una certa tolleranza per le pratiche informali e abusive. Più recentemente, il protrarsi della crisi economico-finanziaria e il conseguente impatto sul reddito disponibile delle famiglie hanno accentuato l’incidenza dei costi relativi all’abitazione sulla spesa complessiva. Molte famiglie manifestano sintomi di disagio abitativo, che non interessa più solo le fasce più deboli della popolazione, e si è esteso anche ai percettori di redditi fissi che non rientrano nei limiti previsti per l’ERP, ma non sono neanche in grado di accedere alla casa a condizioni di mercato.

Alcune di queste dinamiche le abbiamo già osservate nella #mapparoma8 sulle quotazioni immobiliari, con la tendenza generalizzata verso l’aumento dei prezzi di vendita tra il 2003 e il 2010, e nella #mapparoma15 sulle caratteristiche delle abitazioni dei romani, dove emergeva l’ampia diffusione della residenza in case di proprietà con percentuali molto elevate, eccetto il centro storico e appunto le periferie caratterizzate da ERP.

Gli insediamenti ERP più vecchi hanno ormai subito grandi trasformazioni a causa della successione delle generazioni, con un certo mix sociale anche connesso alla vendita del patrimonio pubblico, ad esempio a Garbatella, Testaccio e Montesacro. Ma nella maggior parte dei quartieri ERP costruiti tra gli anni 50 e 80 gli elementi di forte caratterizzazione sono il disagio sociale e le disuguaglianze con il resto della città, alte e costanti da molti anni, soprattutto nel settore orientale della città, dove si concentra una quota elevata di case popolari, e sul litorale di Ostia, dove sorge un altro nucleo importante di alloggi. Sebbene vi siano varie esperienze positive di partecipazione sociale, ad esempio con il progetto di rigenerazione e riqualificazione urbana a Corviale o con il Teatro di Tor Bella Monaca, laddove vari fattori di disagio si sommano alle problematiche tipiche delle case popolari emergono facilmente tensioni politiche su cui si inserisce l’estrema destra, come è successo nel 2014 intorno al nucleo ERP di Tor Sapienza. Dagli anni 90 in poi l’intervento pubblico nelle case popolari è stato inesistente, eccetto Ponte di Nona, mentre dilagano i nuovi quartieri di iniziativa privata edificati nei pressi e oltre il GRA.

Il numero delle persone che abitano in alloggi ERP a Roma è paragonabile alla popolazione di un intero municipio, circa 170mila persone. Ma definire con esattezza il numero degli alloggi in regime ERP non è facile, pur essendo una questione prioritaria, poiché il patrimonio pubblico è da sempre lo strumento privilegiato per contrastare il disagio abitativo,e i problemi gestionali sono complessi e di difficile soluzione se non affrontati con una strategia pluriennale. Ciò dipende da vari fattori. Il primo, e anche il più gravoso, è determinato dalla doppia natura di tale patrimonio: uno comunale gestito da Roma Capitale (circa 28.500 alloggi) e l’altro regionale gestito da ATER (46mila), ognuno ovviamente su una banca dati diversa e non collegate fra loro. Il secondo riguarda i fitti passivi, ossia i 3.337 alloggi di enti o privati affittati dal pubblico e che vengono assegnati alla graduatoria ERP. Il terzo è la presenza di alloggi popolari che seppure destinati alla graduatoria romana si trovano fuori comune, acquistati nell’hinterland romano per convenienza dall’Amministrazione comunale, e che negli anni passati venivano assegnati solo su base volontaria ai vincitori del bando romano (allo stato attuale sono 2.262, soprattutto a Ciampino, Anzio, Cerveteri, Guidonia, Marino, Nettuno e Pomezia, non riportati nelle mappe).

Nelle mappe che seguono, elaborate da Gennaro Monaciliuni che ringraziamo, diamo conto di tutte e tre le categorie di alloggi ERP dentro il territorio comunale, per zona urbanistica, grazie alla localizzazione tramite GIS degli indirizzi: regionali, comunali e in fitto passivo, oltre al totale.

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Nella distribuzione del patrimonio ATER (mappa in alto a sinistra) esistono forti sperequazioni fra un municipio e l’altro. Il III Municipio con 8.650 alloggi è quello maggiormente investito dal fenomeno, a seguire il IV con 7.634 e il V con 4.112; invece quelli maggiormente scarichi risultano essere il VII, XII, XIII e XV in cui il numero degli alloggi arriva a malapena al migliaio. Il quadrante nord-est, da Fidene a Tor Bella Monaca, è quello su cui grava la maggior parte degli alloggi popolari, fortemente concentrati solo in alcune aree a causa della loro stessa modalità di realizzazione. Non è un caso che Tufello con 3418 alloggi, San Basilio con 3251 e Primavalle con 2678, quartieri interamente composti da sole case popolari, siano quelli predominanti sulla mappa. Oltre alla zona nord-est emergono altre concentrazioni più limitate, innanzitutto sull’asse di espansione verso il mare che da Garbatella arriva fino ad Ostia Nord, passando per Laurentino, Corviale e Acilia, e inoltre il grosso nucleo nella zona di Primavalle e Fogaccia.

Anche per gli alloggi popolari di proprietà di Roma Capitale (mappa in alto a destra) il quadrante est è quello con la maggiore concentrazione. In particolare il VI Municipio, quello delle Torri, è primo in assoluto con i suoi 6400 alloggi, mentre IV, V e X seguono con circa la metà. Al contrario II, XIII e XV Municipio non arrivano a cento alloggi. L’analisi per zone urbanistiche ci rivela come il fenomeno sia prevalentemente concentrato solo in alcune aree. Torre Angela (con Tor Bella Monaca) detiene il primato assoluto con i suoi 4200 alloggi pubblici, quasi il triplo rispetto a Gordiani che si colloca in seconda posizione con 1504. Sull’asse verso il mare emergono Acilia e Ostia Nord con insediamenti di oltre 1000 alloggi, e un altro nucleo è nel XIV Municipio, in cui la maggior parte degli alloggi sono concentrati a Primavalle.

Infine, la case popolari in fitto passivo (mappa in basso a sinistra), per le quali il Comune spende 25 milioni di euro all’anno (dati del 2015), con un costo al mese medio 640 euro per alloggio che poi viene locato a canoni ERP di 80 euro in media, sono prevalentemente concentrate in poche zone: Ostia Nord (1467), Casal Bruciato (1338) e Magliana (776).

Nel complesso (mappa in basso a destra) le concentrazioni maggiori di case popolari si hanno nelle aree vicino al GRA di Torre Angela (dove ricade Tor Bella Monaca) e San Basilio, e più in generale nel quadrante est tra le vie Tiburtina e Casilina, nonché verso il litorale ad Acilia e Ostia Nord. Nel quadrante ovest la zona di Primavalle è invece quella con una maggiore concentrazione, insieme al Trullo, e a nord anche Vigne Nuove e Fidene presentano valori elevati. Le singole zone urbanistiche con il numero maggiore di alloggi popolari sono Torre Angela (6244), Ostia Nord (5536), San Basilio (4680) e Primavalle-Fogaccia (3692).

Nella mappa conclusiva è riportata la localizzazione di tutti i più grandi quartieri ERP e il relativo numero di alloggi, che sono oggetto di una specifica analisi socio-economica basata sui dati censuari utile per evidenziare le disuguaglianze in termini demografici, educativi e lavorativi tra i nuclei di case popolari (quindi con un dettaglio territoriale più fine e omogeneo rispetto alle zone urbanistiche) e il resto della città.

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Keti Lelo, Salvatore Monni, Enrico Puccini, Federico Tomassi

NOTA: le mappe sono state elaborate da Gennaro Monaciliuni

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Fonte: elaborazione di Enrico Puccini su dati Roma Capitale e ATER

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26 giugno 2018 / by / in
Beni confiscati: grazie all’impegno delle reti sociali anche Roma ha il suo primo regolamento

Si è tenuto ieri, 21 giugno, il Consiglio comunale durante il quale è stato finalmente approvato il Regolamento per la gestione dei Beni Confiscati alle mafie e alla criminalità organizzata della capitale.

Le principali proposte presentate dalla rete dei Numeri Pari, che mette insieme presidi antimafia, cooperative sociali, movimenti per il diritto all’abitare, movimenti di donne, sindacati, centri antiviolenza, parrocchie, comitati di quartiere, associazioni, movimenti studenteschi,sono state accolte, consentendo di migliorare il testo su alcuni punti decisivi, fatta eccezione per alcuni su cui vi è l’impegno ad un lavoro di confronto. Si restringono, per esempio, le possibilità lucrative sui beni confiscati, ampliando le possibilità di utilizzo sociale anche all’accoglienza territoriale integrata di persone con status di rifugiato e richiedenti asilo. Cosa che prima non era prevista. Si amplia la possibilità di partecipazione al bando per tutti i soggetti sociali, eliminando i passaggi penalizzanti per quelle realtà che possano aver avuto contenziosi con l’amministrazione. Sono migliorati gli impegni di trasparenza e monitoraggio del riutilizzo dei beni e, ancora, si estendono le durate delle concessioni fino a 12 anni di affidamento possibili.

Non si è invece raggiunto un pieno accordo sulla richiesta di una consulta cittadina sui beni confiscati alle mafie, su cui rimane l’impegno reciproco a un confronto aperto con l’amministrazione per la definizione di uno strumento efficace e inclusivo di partecipazione che consenta ad associazioni, reti e movimenti di contribuire attivamente ad un percorso così importante di antimafia collettiva.

L’approvazione della delibera con il voto determinante delle opposizioni, a causa dell’assenza di diversi consiglieri del M5S, rappresenta un significativo passo avanti, importante per tutti e tutte.  Durante il dibattito sono stati invitati a intervenire in aula Giulio Cesare due rappresentanti della rete dei Numeri Pari, Giuseppe De Marzo di Libera e Margherita Grazioli dei movimenti per il Diritto all’abitare. Un fatto anche questo in discontinuità con il recente passato, vista la chiusura al confronto dimostrata dalla giunta Raggi in questi primi due anni nei confronti delle reti sociali e dei movimenti cittadini.

Margherita Grazioli e Giuseppe De Marzo, a nome delle decine di realtà sociali giornalmente impegnate nel contrasto alle mafie ed alle disuguaglianze, hanno ricordato come la precondizione per sconfiggere le mafie sia la giustizia sociale. Hanno denunciato come a causa dell’aumento senza precedenti della povertà e delle disuguaglianze le mafie siano oggi molto più forti. I tagli alle politiche sociali,portati avanti dai governi nazionali e locali in questi anni, come dalla stessa giunta Raggi, la chiusura di molti servizi sociali, l’assenza di una misura di sostegno al reddito, l’assenza di politiche attive sul lavoro, l’aumento senza precedenti della precarietà favorita da leggi sbagliate come il Job Act, l’emergenza abitativa, rafforzano il potere di penetrazione economica, sociale e culturale delle mafie nei territori. Le mafie sfruttano i bisogni e diventano forti quando la democrazia è debole. La Direzione distrettuale antimafia parla infatti di 94 clan attivi nella Capitale e di 100 piazze dello spaccio. Il “welfare sostitutivo” delle mafie è la risposta all’assenza di politiche sociali all’altezza della sfida.

I portavoce della rete hanno ricordato in aula Giulio Cesare non solo le responsabilità della politica, chiedendo impegno e coerenza sulla lotta alle mafie, ma hanno messo in evidenza la relazione tra aumento delle disuguaglianze, mafie e politiche di austerità: “C’è un potere criminale, ma c’è anche una criminalità del potere ancora più forte”. La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia: nelle convergenze, nella zona “grigia”, nel familismo amorale, nel patriarcato che legittima la cultura mafiosa, nel “relativismo democratico” e nell’insofferenza per la democrazia, nella cultura della scorciatoia, nella deresponsabilizzazione individuale che rafforza la malsana idea dell’uomo forte al comando, la negazione del diritto, la povertà culturale e relazionale. Qui sta la forza delle mafie e su questo la politica deve intervenire, altrimenti anche un ottimo strumento come il regolamento servirebbe a poco. Per questo, al di la dei toni trionfalistici tipici di un’idea della politica fondata sullo story telling e l’affabulazione, la lotta alle mafie richiede un impegno molto più ampio, una consapevolezza maggiore e, soprattutto, va costruita con il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini, a partire dalle realtà direttamente impegnate nel contrasto alle mafie che spesso sono state lasciate solo in questi anni in città.

Rete dei Numeri Pari – Action diritti in movimento, Arci Roma, Bin Italia, Binario 95, Bee Free società cooperativa sociale, Casa Internazionale delle Donne, Camera del lavoro Roma sud- Pomezia – Castelli, Cinecittà Bene Comune, Cgil Roma e Lazio, Comitato di Quartiere Romanina, Comitati per la democrazia costituzionale,  Cooperativa Santi Pietro e Paolo Patroni di Roma, Da Sud, Eureka Cooperativa Sociale, Europe Consultingonlus, Federconsumatori, Fio.Psd, Il Pioppo onlus, Il Pungiglione società cooperativa, Il Salto, Iskra cooperativa sociale onlus, La Cacciarella cooperativa sociale, La Frangia, Legacoopsociali Lazio, Made in Jail, Movimenti per il diritto all’abitare, Nonna Roma, Ottavia società cooperativa, Parrocchia San Giustino, Parsec cooperativa sociale, Parte Civile, presidio Libera Francesco Vecchio, presidio Libera IX municipio, presidio Libera Roberto Antiochia, presidio libera Francesco borrelli Rete della conoscenza, Rete Roma Accoglie,  Rete Nobavaglio, Slotmob, Social Pride, Unione Inquilini, Spintimelabs.

22 giugno 2018 / by / in