Lo Stato dipende dall’azzardo e ora bisogna cambiare

La pandemia e le chiusure imposte al gioco fisico hanno fatto crollare il gettito erariale garantito dall’azzardo. Questo è il momento di riformare il settore partendo da una seria analisi costi/benefici e considerando dipendenze e interessi mafiosi

Per via della pandemia da Covid-19, con la chiusura delle attività, tra cui sale giochi e sale scommesse, e le limitazioni imposte a bar e tabacchi, gli introiti statali legati ai giochi e all’azzardo, lotterie, gratta e vinci, slot e altro, è diminuito. La crisi ha colpito anche un settore che negli ultimi 20 anni è cresciuto come pochi altri e che – non a caso – rappresenta uno dei principali business delle organizzazioni criminali: il gioco d’azzardo. Il crollo degli introiti ha messo in evidenza il grande inganno del gettito erariale provocato da queste attività, un inganno di cui lo Stato sembra essere prigioniero. Per questo è il momento di intervenire subito e senza ulteriore indugio.

I limiti del settore: dalla dipendenza agli interessi mafiosi

La progressiva legalizzazione del settore azzardo – spinta dalla duplice motivazione di rimpinguare le casse dello Stato attraverso il gettito erariale e limitare il potere criminale sul mercato illegale del gioco – mostra da almeno un decennio tutti i suoi limiti di progettazione. O meglio, di mancata progettazione. Infatti, l’ampliamento dell’offerta di azzardo, soprattutto dal 2003 in avanti – anno dell’introduzione in Italia delle slot machine – non è mai passata attraverso una seria analisi costi/benefici. Cosa accade a un tessuto sociale scosso, a volte devastato dalla crisi economica, se inondo il Paese con quasi mezzo milione di apparecchi come slot machine e videolottery (erano 470mila alla fine del 2015)? Che cosa possono innescare nei soggetti più fragili, emotivamente ed economicamente, gli infiniti stimoli legati all’azzardo – decine di Gratta e Vinci, un’estrazione del Lotto ogni ora, la possibilità di giocare online a tutte le ore del giorno e scommettere su qualsiasi cosa, perfino sulle previsioni del tempo – in assenza di serie e strutturate campagne informative e di sensibilizzazione su rischi e pericoli ad esso collegati? E infine, che riflessi avrà sugli interessi mafiosi la creazione di un mercato da oltre 100 miliardi di giocate l’anno, contraddistinto da decine di migliaia di punti vendita in tutto il Paese, impossibile da controllare nella sua interezza? Le risposte a queste domande, che lo Stato non si è posto o ha ignorato, le conosciamo fin troppo bene.

Marco Venanzi, scomparso per il Covid, aveva aperto il primo bar senza slot di Tor Bella Monaca, quartiere di Roma dove la disoccupazione è alta

Servizi per le dipendenze (Serd) certificano da anni un aumento costante del numero di utenti che chiedono aiuto per curare il gioco patologico, fenomeno comunque sommerso se è vero che, a fronte di circa 30mila persone curate ogni anno dai Serd, ve ne sarebbero a rischio almeno 50 volte di più, secondo l’Istituto superiore di sanità, il quale stima un milione e mezzo di giocatori “problematici”, le cui caratteristiche sono quelle di non saper “gestire il tempo da dedicare al gioco” o “controllare quanto spendono”, finendo per “alterare i comportamenti familiari e sociali”. Un numero enorme che equivale al 3% della popolazione maggiorenne residente in Italia.

Allo stesso tempo, le mafie non solo non hanno perso terreno sul fronte dello sfruttamento del mercato clandestino e illegale, ma hanno messo a profitto anche quello legale, attraverso l’infiltrazione del settore a scopo di riciclaggio. Illuminante in tal senso è l’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia (Dia), che dedica un approfondimento specifico al tema: “Il vero salto di qualità – scrive la Dia – si ha a partire dagli anni 2000, quando le mafie percepiscono l’elevata dimensione economica del mondo del gioco e delle scommesse prodotta dal circuito legale (…). A un mercato più ampio, corrispondono, infatti, sempre maggiori profitti che vengono realizzati secondo due direttrici: da un lato la gestione ‘storica’ del gioco d’azzardo illegale, le cui prospettive sono andate allargandosi con l’offerta on line; dall’altro, la contaminazione del mercato del gioco e delle scommesse legali, che garantisce rilevanti introiti a fronte del rischio di sanzioni ritenute economicamente sopportabili”.

Un affare enorme per i clan

La principale inchiesta della magistratura sulle azzardomafie è sfociata nell’operazione Gambling, condotta nel 2015 dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata al tempo dall’attuale Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho. Vennero sequestrati beni – tra cui decine di società operanti nel settore – per un valore di circa due miliardi di euro.

Lo scorso anno un dossier della Guardia di Finanza, facendo il punto sulle indagini svolte nel settore del gioco d’azzardo, evidenziava come le attività condotte avessero permesso di “accertare l’esistenza di un complesso sistema di raccolta illegale di scommesse su eventi sportivi e non, gestito con modalità mafiose tramite un circuito parallelo, costituito da piattaforme informatiche rese disponibili da noti imprenditori e funzionale a raggirare la normativa fiscale e antiriciclaggio, mediante il quale è stato effettuato un volume di giocate stimato in oltre 4,5 miliardi di euro”.

Il “grande inganno” del gettito erariale

Sono dunque gli investigatori a certificare come il mercato illegale sia stato alimentato e non ridotto dall’enorme (eccessiva) offerta di gioco legale. Diventa pertanto evidente come i “famigerati” 10-11 miliardi di gettito erariale, garantiti ogni anno dal sistema azzardo legale allo Stato, impallidiscano di fronte non solo agli incassi mafiosi, ma anche ai danni inferti al tessuto sociale dall’aumento della diffusione del “disturbo da gioco d’azzardo” (Dga).

Danni che, seppur evidenti ad un occhio in grado di osservare la nostra società, restano sommersi, non messi a bilancio dallo Stato, per due motivi:

  • solo una minima parte di giocatori si rivolge ai Serd e diventa un “costo” per il servizio sanitario;
  • i costi indiretti, quali il sovraindebitamento delle famiglie, la piccola e grande usura che fa affari con la dipendenza dei giocatori, la perdita di reddito innescata dal tunnel dell’azzardo che molti nuclei familiari sono costretti ad affrontare, non sono conteggiati dallo Stato come “uscita” derivante dalle ricadute sociali del gioco d’azzardo.

Va dato atto ai governi degli ultimi anni di aver se non altro preso coscienza dell’esistenza di un problema. Ed ecco arrivare l’inserimento della cura del Dga fra i livelli essenziali di assistenza (Lea), la legge sul divieto di pubblicità del gioco d’azzardo, l’aver fornito dati e strumenti utili agli Enti locali per monitorare il gioco sui propri territori.

Allo stesso tempo però lo Stato è rimasto imprigionato nel grande inganno del gettito erariale, finendo per aumentare anche negli ultimi anni la tassazione sugli apparecchi quali slot machine e videolottery, ottenendo solo un incremento della propria dipendenza da quegli incassi che, alla luce di quanto fin qui analizzato, sono illusori se visti nell’ottica di una politica che agisce nell’interesse collettivo e riesce a mettere sul piatto della bilancia anche i costi sommersi e indiretti.

Effetto Covid

La pandemia ha imposto al settore del gioco d’azzardo fisico, quello che si fa nelle sale da gioco, nei bar e nei tabacchi, chiusure quasi totali, ad esclusione dei Gratta e Vinci. Secondo lo studio del Cnr “Il gioco d’azzardo al tempo del Covid”, non vi è stata la temuta migrazione di massa verso il gioco online, non soggetto ad alcuna limitazione durante il lockdown: “È stata registrata una generale diminuzione del gioco fisico, con più del 35% dei giocatori che ha ridotto le puntate e quasi il 23% che ha smesso, mentre un intervistato su tre dichiara di aver aumentato le giocate online. Tra gli habitué del gioco fisico il 12% ha continuato anche durante l’isolamento e circa il 10% ha puntato sul web”.

Effetto di quanto sopra descritto sarà un crollo del gettito erariale, sia perché i giochi più tassati su rete fisica sono stati off-limits per mesi, sia perché il gioco online, in deciso aumento da anni, è in proporzione meno tassato. Un dato indicativo in tal senso viene fornito dai Bollettini del Dipartimento delle entrate del Ministero dell’Economia e delle Finanze sulle entrate tributarie dei primi nove mesi del 2020: il gettito garantito dal settore del gioco ha fatto registrare, nel periodo gennaio-settembre, un calo del 35%, pari a circa 4 miliardi di euro. Considerando le restrizioni al gioco fisico introdotte su scala nazionale da novembre e ancora oggi in vigore, è plausibile immaginare un dimezzamento del gettito nel 2020.

Crisi come opportunità: riformare il settore

Questo momento di crisi può essere trasformato dallo Stato in un’occasione da cogliere per attuare tutta una serie di riforme che negli ultimi anni sono state sempre rimandate. Riforme che non nascono nell’ottica di punire il comparto legale, ma in quella di modificare un sistema che, già nei mesi pre-Covid, veniva in parte contestato anche dalle associazioni di categoria del settore.

Nel corso degli ultimi anni Regioni ed enti locali, attraverso strumenti normativi la cui legittimità è passata più volte dal vaglio della Corte Costituzionale, sono intervenuti per limitare l’offerta e il consumo di azzardo sui territori. Strumenti accompagnati da una fondamentale campagna informativa sui rischi e i pericoli del gioco compulsivo. Strumenti che, soprattutto laddove sono stati applicati in maniera più stringente – un esempio, il Piemonte – hanno ottenuto risultati importanti come un deciso calo delle giocate.

Questi e altri provvedimenti sono finiti in maniera costante nel mirino della filiera del gioco d’azzardo, che contesta da un lato la presunta “criminalizzazione” del comparto legale, dall’altra la legittimità stessa di questi strumenti. Un passo decisivo per superare questa impasse sembrava essere stato fatto nel settembre del 2017 con l’accordo fra Stato e Regioni per giungere ad una legge di riordino. Legge del tutto necessaria perché, sembra incredibile, ma un comparto di queste dimensioni non è regolamentato da una legge quadro nazionale, ma dal Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza). Ecco perché territori anche limitrofi, ma posti in regioni diverse, possono applicare orari di apertura delle sale da gioco o regole sulle distanze minime delle sale dai luoghi sensibili molto eterogenee.

Quell’accordo, che come Avviso pubblico abbiamo in parte criticato ritenendola una buona base di partenza ma assolutamente migliorabile, è però rimasto sulla carta, anche e soprattutto nelle sue parti migliori, come ad esempio l’ipotesi di dimezzamento dei punti vendita dedicati al gioco. Non è stato approvato alcun decreto ministeriale, un po’ come il provvedimento attuativo che avrebbe dovuto rendere legge dello Stato le distanze minime dalle sale dai luoghi sensibili, previsto dal decreto Balduzzi del 2012.

Nell’ultima nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def, l’atto che contiene le politiche economiche e finanziarie del governo, ndr), l’esecutivo ha inserito tra i suoi obiettivi proprio la legge di riordino del settore azzardo. Peccato che questo riordino venga inserito in ogni Def da diversi anni, senza vedere mai la luce. Anche il parlamento continua a produrre proposte di legge sui vari aspetti della materia: solo nel corso di questa legislatura se ne contano, tra Camera e Senato, ben 24. Ma restano solo proposte.

Cinque punti essenziali di una legge di riordino

Di seguito vengono sintetizzati alcuni punti essenziali che una legge di riordino potrebbe contenere. Punti che contengono alcune delle proposte più condivisibili dell’accordo Stato-Regioni e prendono in considerazione anche altri pareri contenuti in alcuni documenti istituzionali.

  1. Dimezzamento dei punti di vendita del gioco pubblico.
    Rivolto sia alle sale dedicate in maniera esclusiva al gioco d’azzardo, sia ai bar e tabacchi che consentono il “consumo” di gioco d’azzardo. È uno dei punti più condivisibili contenuti nell’accordo Stato-Regioni;
  2. Rimodulazione ragionata e graduale dell’offerta di gioco, a partire dal numero degli apparecchi da intrattenimento.
    Negli ultimi anni è stata portata a compimento una prima riduzione – pari al 35% – del numero di slot machine sul territorio nazionale, il cui numero resta comunque molto elevato (260mila alla fine del 2019). Allo stesso tempo non è stata condotto analogo taglio sulle videolottery, molto più “aggressive” delle slot machine, sia per la promessa di vincite più alte che per la possibilità di inserire nelle Vlt banconote di grosso taglio. La legge di Bilancio 2020 (la n.160 del 2019) prevede sia indetta gara per affidare le concessioni per 200mila slot machine di nuova generazione (Awpr) e 50mila Vlt. Considerando la durata (nove anni) di tali concessioni, è auspicabile che il numero di apparecchi a bando venga ridotto ancora di più;
  3. Recepire le proposte del Ministero della Salute non ancora operative sulle caratteristiche tecniche degli apparecchi da intrattenimento, volte a contenerne l’attrattività;
  4. Definire un sistema di regole relative alla distribuzione territoriale dei punti gioco. È un punto controverso dell’accordo Stato-Regioni non per i suoi obiettivi, ma per quanto riguarda l’applicazione. Se da un lato è condivisibile la finalità di evitare il formarsi di ampie aree del Paese nelle quali l’offerta di gioco pubblico sia troppo concentrata o assente, dall’altro l’Accordo vuole riconoscere agli enti locali la facoltà di stabilire sole 6 ore complessive di interruzione quotidiana di gioco. Mentre oggi moltissime ordinanze – ritenute legittime dai Tar e dal Consiglio di Stato – consentono l’interruzione del flusso di gioco fino a 16 ore giornaliere complessive;
  5. Recepire le proposte della Commissione antimafia volte ad impedire la presenza delle organizzazioni criminali nel settore del gioco, rafforzando in alcuni casi misure già previste dalla legislazione vigente.

Non sono le uniche proposte possibili, ma punti essenziali che sono il frutto di confronti e processi di elaborazione che hanno coinvolto il potere esecutivo, le esperienze di Regioni ed Enti locali, l’Osservatorio sul gioco d’azzardo incardinato presso il Ministero della Salute, deputati e senatori della Commissione Antimafia.

Un lavoro che non deve essere sprecato e a cui manca solo un tassello per essere completo: una chiara volontà politica del governo, in grado di guardare oltre il gettito erariale e di concentrarsi tanto sulla tutela della salute dei cittadini dall’aggressione della dipendenza da azzardo, che sulla salvaguardia dell’economia legale dagli appetiti mafiosi. Se non ora, quando?

https://lavialibera.libera.it/it-schede-363-covid_gioco_azzardo_calo_gettito_riforma

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