L’agroecologia è allora l’alternativa per uscire dalla trappola mortale delle multinazionali dell’industria chimica
27 maggio 2026 | Ruchi Shroff, Direttrice di Navdaya Internationa
Il sistema alimentare mondiale è fragile. Guerre, crisi energetiche, eventi climatici estremi e instabilità geopolitica continuano a interrompere le catene globali di approvvigionamento da cui dipende la produzione agricola intensiva. Oggi è lo Stretto di Hormuz – passaggio strategico per petrolio, gas e fertilizzanti – a riportare al centro una domanda fondamentale: può davvero esistere sicurezza alimentare in un sistema che dipende dai combustibili fossili, dalle multinazionali chimiche e da rotte commerciali vulnerabili? In altre parole possiamo permetterci di continuare a essere dipendenti da un sistema inaffidabile e insostenibile? Oppure è arrivato il momento di scelte anticicliche e di modelli di produzione alternativi che sappiano garantirci maggiore sicurezza e minor dipendenza?
IL MODELLO AGROECOLOGICO, basato sulla valorizzazione delle produzioni locali, sulle filiere corte, sulla diversità delle colture, sulla protezione dei semi e sulla rivendicazione della sovranità alimentare, ha trovato, negli ultimi anni, numerosi ambiti di applicazione offrendo nuove risposte a vecchie domande: un altro paradigma produttivo non solo è possibile ma è già stato sperimentato e applicato con successo in molti territori, in attesa che la politica, in particolare quella europea della Pac, se ne accorga per porlo al centro di un modello di sviluppo realmente sostenibile.
MA NEL FRATTEMPO LA CRISI È SERVITA. Circa un terzo del commercio globale di fertilizzanti passa infatti attraverso Hormuz con i fertilizzanti aumentati di oltre il 100% in alcune aree. Ce ne è abbastanza per indurre la Fao a parlare del rischio di un systemic agrifood shock, una crisi sistemica agroalimentare capace di produrre nuovi aumenti dei prezzi del cibo, riduzione dei raccolti e insicurezza alimentare globale nel giro di pochi mesi.
IL CASO DELLO STRETTO DI HORMUZ è solo l’ennesimo capitolo di una storia che conosciamo oramai a memoria. Ancora una volta siamo qui ad meravigliarci di quanto l’agricoltura industriale sia dipendente da input esterni: fertilizzanti sintetici derivati dal gas, pesticidi petrolchimici, sementi brevettate, grandi monoculture e lunghissime filiere globalizzate. Una meraviglia che non può essere giustificata visto che veniamo da anni di promesse infrante. Maggiore efficienza e produttività? Sicurezza alimentare e fine della fame nel mondo? Piuttosto inquinamento, desertificazione, aumento della fame nel mondo. L’unica verità che emerge è che il modello agricolo industriale consuma enormi quantità di energia fossile per produrre alimenti e trasforma il diritto al cibo in una questione geopolitica e finanziaria.
PARADOSSALMENTE I GRANDI conglomerati agrochimici e sementieri continuano a presentare come soluzione gli stessi strumenti che hanno contribuito a creare il problema. Più dipendenza tecnologica, più input industriali, nuove generazioni di Ogm e sementi brevettate. Dopo gli Ogm di prima generazione, legati soprattutto alla tolleranza agli erbicidi e alla diffusione delle monoculture intensive, oggi vengono promossi i cosiddetti «nuovi Ogm» o Tea/Ngt come risposta alla crisi climatica e alimentare. Ma anche queste tecnologie rischiano di rafforzare ulteriormente la concentrazione del controllo del cibo nelle mani di poche multinazionali riproducendo lo stesso paradigma industriale che ha contribuito a generare la vulnerabilità attuale. Insomma, tutto ciò che basta per affossare definitivamente la nostra sovranità alimentare già ampiamente minacciata e debilitata. Le soluzioni «tampone» proposte dall’Unione Europea non sembrano, d’altra parte, poter risolvere il problema. Sospendere i dazi sui fertilizzanti, elargire fondi agli agricoltori, promuovere stoccaggi strategici, fertilizzanti «bio-based», rappresentano soluzioni temporanee che, seppur necessarie in un momento di estrema difficoltà, non sembrano puntare a un reale cambio di paradigma.
OGNI NUOVA CRISI GEOPOLITICA rende sempre più evidente una verità spesso ignorata: non può esistere resilienza alimentare in un sistema agricolo dipendente da petrolio, brevetti e monopoli industriali. La lezione di Hormuz è, da questo punto di vista, preziosa. Perché ci ricorda l’urgenza di valorizzare i sistemi alimentari territoriali, diversificati e agroecologici restituendo centralità ai produttori locali e alla biodiversità agricola. Ci ricorda la necessità vitale di ridurre la dipendenza dagli input esterni, rigenerare gli ecosistemi agricoli e costruire filiere corte capaci di resistere agli shock globali.
L’AGROECOLOGIA È ALLORA LA CHIAVE che ci permette di riappropriarci delle nostre terre e delle nostre comunità. Rigenerare i suoli significa rigenerare tessuti sociali lacerati perché la sicurezza alimentare non dipende dalle multinazionali o dagli stretti marittimi, ma dalla capacità delle comunità di produrre cibo sano in equilibrio con i propri ecosistemi. I semi non sono strumenti di dipendenza economica ma beni comuni da custodire, riprodurre e condividere.
DI FRONTE ALLE CRISI GLOBALI, continuare a investire in un modello agricolo fondato sulla dipendenza chimica e sul controllo monopolistico delle sementi significa aggravare ulteriormente le vulnerabilità esistenti. La vera sicurezza alimentare non può essere costruita sulla concentrazione del potere nelle mani di poche multinazionali né sulla militarizzazione delle rotte energetiche e commerciali. La sovranità alimentare propone un’altra direzione: il diritto dei popoli a decidere come produrre, distribuire e consumare il proprio cibo; il diritto degli agricoltori a conservare, scambiare e riprodurre i semi; il diritto delle comunità a costruire economie locali radicate nella cura della terra, della biodiversità e delle relazioni sociali.
IN MOLTI TERRITORI EUROPEI E DEL SUD globale, esperienze agroecologiche basate su biodiversità, compostaggio organico, recupero dei semi locali e filiere corte stanno già dimostrando una maggiore resilienza agli shock energetici e climatici. Costruire sistemi agroecologici territoriali non è più soltanto una scelta ecologica. È una necessità democratica, sociale e strategica per il futuro del cibo e delle comunità.
https://ilmanifesto.it/la-sicurezza-alimentare-non-puo-dipendere-da-hormuz