Nel 2025 gli asset a 12mila miliardi. Quelli finanziari cresciuti del 7,5% a 6.500 miliardi. Il passaggio generazionale concentrerà un valore maggiore rispetto al passato su un numero minore di persone. Sale al 32% il patrimonio delle famiglie più anziane, giù al 4% quello dei giovani
31 maggio 2026 | Laura Serafini – Il Sole 24 Ore
Bankitalia si interroga sull’impatto dell’invecchiamento della popolazione. Secondo la relazione presentata il 29 maggio, tra il 1991 e il 2022 la quota della ricchezza in mano alle famiglie più anziane ha raggiunto il 32%, quella delle famiglie più giovani è scesa al 4%. Secondo Bankitalia ciò produrrà un «significativo trasferimento intergenerazionale, con effetti sui comportamenti economici e sulla distribuzione della ricchezza».
La ricchezza netta delle famiglie italiane continua ad aumentare: a fine 2025 era di 12.326 miliardi, pari a 8,5 volte il reddito disponibile (contro 8,3 volte del 2024). A fare da traino c’è sicuramente la ricchezza finanziaria lorda, salita del 7,4% nel 2025, a quota 6.500 miliardi, sostenuta soprattutto dalla forte rivalutazione delle azioni e delle partecipazioni in imprese residenti in Italia. Il rapporto tra attività finanziarie e reddito disponibile si è portato a 4,5, un valore tra i più elevati a livello europeo.
È quanto emerge dalla relazione annuale della Banca d’Italia, che quest’anno si focalizza anche su un fenomeno legato all’invecchiamento della popolazione e che ha portato gli esperti di palazzo Koch a chiedersi che fine farà tutta questa ricchezza.
«Il rilevante patrimonio detenuto dalle famiglie con componenti più anziani sarà oggetto nei prossimi anni di un significativo trasferimento intergenerazionale, con effetti sui comportamenti economici e sulla distribuzione della ricchezza», si afferma.
L’approfondimento su questo aspetto evidenzia che, tra il 1991 e il 2022, la quota di famiglie in cui il soggetto percettore del reddito principale ha meno di 36 anni si è ridotta dal 16 al 6 per cento, mentre quella in cui ha più di 65 anni è aumentata di circa 5 punti percentuali, al 28 per cento.
Di pari passo la quota della ricchezza detenuta dalle famiglie più anziane è quasi raddoppiata, raggiungendo il 32 per cento, mentre quella delle famiglie più giovani è scesa dal 13 al 4 per cento.
«I nostri canali indicano che l’incremento del peso della ricchezza delle famiglie più anziane riflette principalmente l’andamento positivo della loro ricchezza media rispetto a quella complessiva, mentre il contributo della maggiore incidenza di questa classe di età sulla popolazione appare secondario – spiega la relazione –. Le famiglie oggi più anziane hanno beneficiato di un contesto macroeconomico complessivamente più favorevole, rispetto a quelle più giovani, in termini di crescita dei redditi e dinamica dei prezzi degli immobili. Queste condizioni hanno interessato soprattutto le coorti nate dal 1941 al 1950, che presentano profili di ricchezza lungo il ciclo di vita superiori a quelle sia delle generazioni precedenti, sia di quelle successive».
Banca d’Italia ritiene che nei prossimi anni i patrimoni passeranno alle generazioni successive – nate tra il 1966 e il 1975 – che sono numericamente più ridotte per la minore fecondità.
La ricchezza trasferita (soprattutto abitazioni) rappresenterebbe una quota di patrimonio superiore rispetto a quella ereditata dalle generazioni precedenti (40% contro il 30%).
L’analisi prosegue sostenendo che gli eredi con titolo di studio elevato, provenienti da famiglie istruite, avrebbero benefici ben maggiori di coloro che non hanno la stessa istruzione. Il risultato sarà un allargamento del gap della distribuzione della ricchezza.
Ci sarebbe il vantaggio dell’aumento dei consumi prodotto da coloro che si aspettano l’arrivo di un’eredità. «I nuclei in attesa di ricevere un’eredità presentano in media livelli di consumo superiori del 7 per cento e un risparmio inferiore di circa il 17 per cento rispetto a quelli che non hanno tale aspettativa», si sottolinea.
Secondo la relazione, nel 2025 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato dello 0,9 per cento in termini reali. I consumi sono cresciuti in linea con i redditi, lasciando invariato il tasso di risparmio, attorno all’8,2 per cento.
«Su quest’ultimo hanno influito al rialzo gli alti tassi di interesse reali, l’elevata incertezza e i cambiamenti demografici del mercato del lavoro; l’effetto di tali fattori è stato in parte compensato da un deterioramento della capacità di risparmiare, soprattutto tra i nuclei a più basso reddito».
È proseguita la ricomposizione delle attività in favore del risparmio gestito e dei titoli pubblici italiani: i titoli di Stato in mano a investitori residenti sono aumentati dal 24,8 al 28,2 per cento; la quota delle banche è salita di un punto percentuale, al 15,1%; la quota delle famiglie è salita dal 12,5 al 13,1%, incremento pari a 30 miliardi.